Quando si parla di intelligenza artificiale oggi, è facile imbattersi in nomi curiosi e quasi surreali, che alla prima occhiata sembrano scegliere l’effetto più stravagante possibile invece che la chiarezza tecnica. Uno degli esempi più eclatanti di questo fenomeno nel 2025-2026 è senz’altro Nano Banana, il nome con cui Google ha presentato il suo avanzato modello di generazione e modifica di immagini AI integrato nella piattaforma Gemini. Il nome ha conquistato l’attenzione globale tanto quanto la tecnologia sottostante, e la domanda che molti si sono posti è: da dove nasce un nome così… “frugale”?
Dietro il nome di Nano Banana non c’è una strategia di marketing pomposamente studiata, né un riferimento criptico a qualche concetto scientifico occulto. Secondo quanto spiegato da Google in una nota ufficiale e ripreso anche dalla stampa tecnologica internazionale, il nome è nato in modo del tutto spontaneo e quasi per caso durante la fase di preparazione del modello per il lancio pubblico su una piattaforma di valutazione dell’intelligenza artificiale. I responsabili del prodotto si trovavano a dover scegliere un codename, un nome provvisorio da associare al modello mentre veniva testato su LMArena, un servizio dove gli utenti confrontano in forma anonima diverse IA e votano la migliore. Era tarda notte e uno dei product manager, Naina Raisinghani, ha proposto “Nano Banana” come scherzoso gioco di parole prendendo ispirazione dai suoi stessi soprannomi personali. Il risultato è stato un nome completamente fuori dagli schemi tecnici, ma proprio per questo immediatamente memorabile.
Il nome avrebbe dovuto rimanere provvisorio, ma i test pubblici — con utenti affascinati non solo dalle capacità di generazione e modifica delle immagini, ma anche dall’ironia di un nome così inusuale — hanno reso Nano Banana virale sui social network sin dai primi giorni. La combinazione di tecnologia avanzata e di un’etichetta così leggera ha stimolato curiosità, condivisioni e conversazioni, spingendo Google a mantenere il nome anche nel lancio ufficiale dell’IA nella app Gemini e nei servizi collegati.
Se ci si ferma a guardare cosa fa questa tecnologia, si scopre che Nano Banana non è affatto uno scherzo. Si tratta infatti del nome informale con cui è conosciuto il modello Gemini 2.5 Flash Image, una delle componenti più versatili dell’ecosistema di IA visive di Google. Questo modello permette agli utenti non solo di generare immagini realistiche a partire da descrizioni testuali, ma anche di modificare e rielaborare immagini esistenti con un livello di dettaglio e coerenza sorprendente — tanto da essere paragonato a strumenti di editing professionale. Grazie alla sua capacità di mantenere la consistenza dell’aspetto di persone o oggetti attraverso molteplici modifiche, e di combinare diversi input visivi in composizioni coese, l’intelligenza artificiale ha attirato l’interesse di designer, creativi, social media manager e hobbisti di tutto il mondo.
L’esperienza di Google indica un fenomeno interessante nel panorama dell’IA: l’utilizzo di nomi insoliti come strumenti di branding spontaneo, in cui la viralità generata dal pubblico diventa essa stessa parte della strategia di diffusione. In questo caso, il nome “Nano Banana” ha funzionato da amplificatore, trasformando un modello tecnologicamente sofisticato in una conversazione globale e abbattendo un po’ quell’alone di mistero che spesso circonda i prodotti di intelligenza artificiale. È un promemoria del fatto che, nel mondo digitale di oggi, anche l’elemento umano e l’ironia possono giocare un ruolo fondamentale nel modo in cui la tecnologia viene percepita, adottata e ricordata.
