Immagine AI

Quattro rapporti pubblicati da PwC Middle East tra il 2024 e il 2026 presentano citazioni inventate, fonti non pertinenti, statistiche attribuite a documenti che non le contengono e affermazioni prive di riscontri verificabili. Le anomalie sono state individuate attraverso un sistema automatico per il controllo delle citazioni e successivamente esaminate manualmente, facendo emergere un utilizzo esteso dell’intelligenza artificiale generativa non accompagnato da una revisione editoriale sufficiente. I documenti analizzati trattavano la partecipazione dei cittadini ai servizi pubblici, la mobilità elettrica e autonoma nei Paesi del Golfo, la sicurezza informatica delle infrastrutture di ricarica e l’impiego degli agenti AI nelle aziende.

Il rapporto che presenta le irregolarità più rilevanti è “Transforming Governance: Citizen Pulse: Delivering Real-Time Insights to Meet Society’s Evolving Needs”, pubblicato nel 2025. Il documento descrive Citizen Pulse come un framework di PwC destinato a raccogliere e interpretare in tempo reale le opinioni dei cittadini attraverso piattaforme digitali, dati sull’utilizzo dei servizi pubblici, informazioni sul traffico e modelli predittivi. Il sistema viene presentato come uno strumento già utilizzato per migliorare la qualità e l’affidabilità dei servizi governativi, ma non viene definito con precisione né accompagnato da informazioni tecniche che permettano di distinguerlo da normali piattaforme di analisi dei dati o rilevazione della soddisfazione. Il rapporto sostiene che soluzioni Citizen Pulse sarebbero state adottate dai governi di Danimarca, Arabia Saudita, Stati Uniti e Australia. Le fonti indicate non dimostrano però che questi Paesi abbiano utilizzato un prodotto o una metodologia di PwC con tale nome. Alcuni collegamenti rimandano a pagine generiche sulla partecipazione dei cittadini o sulla digitalizzazione dei servizi pubblici, mentre altri descrivono iniziative prive di un rapporto diretto con il framework. Non sono state trovate ulteriori descrizioni pubbliche di Citizen Pulse nei materiali di PwC, fatta eccezione per un precedente strumento australiano basato su sondaggi e utilizzato tra il 2018 e il 2023, apparentemente differente dalla piattaforma di analisi in tempo reale descritta nel nuovo documento. La mancanza di una definizione stabile porta il rapporto ad alternare tre possibili interpretazioni. In alcuni passaggi Citizen Pulse appare come un prodotto proprietario di PwC già operativo, in altri come una metodologia generale per combinare dati provenienti da fonti differenti e in altri ancora come un’espressione utilizzata per indicare qualsiasi sistema di ascolto digitale della popolazione. Questa sovrapposizione permette di associare al framework iniziative governative realmente esistenti, anche quando non sono state sviluppate da PwC e non utilizzano la soluzione presentata.

Il documento afferma inoltre che le regioni dotate di sistemi Citizen Pulse basati sull’intelligenza artificiale avrebbero registrato una maggiore affidabilità dei servizi e una riduzione dei reclami relativi alle utility. Non vengono però identificate le regioni interessate, le metriche utilizzate, il periodo di osservazione o gli studi dai quali sarebbe stato ricavato il risultato. In assenza di prove che il framework sia stato effettivamente implementato, anche i miglioramenti attribuiti al suo utilizzo rimangono privi di una base verificabile. La bibliografia del rapporto contiene 17 riferimenti, ma soltanto dieci sono numerati e collegati alle note presenti nel testo. I richiami a piè di pagina sono dodici perché due numeri vengono utilizzati due volte, mentre l’ordine delle note non segue la sequenza delle pagine. Sette fonti non risultano associate ad alcuna affermazione specifica, diverse rimandano semplicemente alle pagine iniziali di organizzazioni internazionali o amministrazioni pubbliche e tre riferimenti sembrano indicare lo stesso documento di PwC del 2018 utilizzando titoli e indirizzi differenti. Tra le citazioni considerate inventate compare un presunto rapporto del World Economic Forum intitolato “The Fourth Industrial Revolution: Smart Cities and AI Applications”, per il quale non è stato individuato un documento corrispondente. Un altro riferimento attribuisce al MIT Technology Review una pubblicazione denominata “Artificial Intelligence in Government Services”, ma il collegamento conduce soltanto alla pagina generale dedicata all’intelligenza artificiale e non a un contenuto con quel titolo. Il rapporto mostra inoltre duplicazioni di paragrafi, sottotitoli ripetuti e formule descrittive molto ampie che non vengono tradotte in specifiche funzionalità tecniche.

Il secondo documento esaminato, “Shaping the GCC Mobility Landscape – Electric, Connected and Autonomous”, è stato pubblicato nel 2026 e analizza lo sviluppo dei veicoli elettrici, connessi e autonomi nei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Anche in questo caso alcune fonti esistono, ma non sostengono le informazioni alle quali sono associate. Un grafico dedicato alla mobilità autonoma viene attribuito a uno studio del World Economic Forum sull’Arabia Saudita, sebbene il documento citato non contenga né il grafico né i dati utilizzati per costruirlo. Un’altra sezione collega alcune presunte tendenze globali della mobilità a un documento in lingua tedesca prodotto dall’associazione nazionale degli operatori di autobus. La fonte è una dichiarazione relativa al settore del trasporto collettivo e non contiene le informazioni riportate nel grafico di PwC. La distanza tra il contenuto della fonte e l’affermazione suggerisce che il documento sia stato selezionato per la presenza di termini semanticamente simili, senza verificarne il significato effettivo.

Il rapporto sulla mobilità sostiene inoltre che in Cina fossero presenti 13 milioni di punti pubblici di ricarica per veicoli elettrici nel 2024, attribuendo il dato al Global EV Outlook dell’Agenzia internazionale dell’energia. La pubblicazione riportava invece circa 3,58 milioni di punti di ricarica pubblici. Il valore di 13 milioni corrispondeva approssimativamente al numero complessivo di automobili elettriche vendute in Cina dal 2010, indicato in un diverso insieme di dati. Le due grandezze sono state quindi confuse, trasformando il numero delle vetture vendute in quello delle infrastrutture disponibili. Tra i riferimenti del medesimo rapporto compare anche un presunto articolo scientifico intitolato “Autonomous Driving: A Crash Explained in Detail”, attribuito ad autori e anno non corrispondenti. Esiste una pubblicazione con un titolo parzialmente simile, ma i dati bibliografici indicati da PwC combinano elementi provenienti da fonti differenti e non identificano correttamente il lavoro originale.

Il terzo rapporto, “Building a Cyber-Resilient eMobility Ecosystem”, è dedicato ai rischi informatici associati alle automobili elettriche, alle colonnine di ricarica e alle reti energetiche. Le fonti scelte sono spesso collegate genericamente alla cybersicurezza o alla mobilità, ma non contengono le statistiche e le conclusioni riportate. Una comunicazione delle Nazioni Unite del 2020 sulle regole di sicurezza informatica e sugli aggiornamenti software dei veicoli viene utilizzata per sostenere che alcuni governi regionali starebbero adottando soluzioni di cybersicurezza basate sull’intelligenza artificiale, sebbene il documento non menzioni né tali tecnologie né le iniziative descritte. Un’altra affermazione riguarda una presunta percentuale del 60% degli automobilisti elettrici statunitensi preoccupati per la sicurezza informatica. Le fonti associate comprendono uno studio accademico sugli attacchi ai veicoli e un articolo giornalistico sui timori statunitensi relativi alle automobili cinesi, ma nessuno dei due riporta quella percentuale. Una pagina dedicata alle leggi statunitensi sulla responsabilità estesa dei produttori per gli imballaggi viene invece citata in una sezione sulle batterie, nonostante il contenuto riguardi materiali e confezioni e non i sistemi di accumulo energetico. La bibliografia del documento contiene anche un indirizzo web con il parametro “utm_source=chatgpt.com”, rimasto visibile all’interno della citazione. Il parametro non dimostra da solo che l’intero rapporto sia stato scritto da ChatGPT, ma indica che almeno quel collegamento è stato probabilmente recuperato o restituito attraverso il servizio. Nello stesso riferimento il nome di un autore viene ripetuto due volte, mentre altre parti del rapporto presentano numerazioni mancanti, grafici con punti duplicati e informazioni storiche riportate con date errate.

Il quarto documento, “Agentic AI – The New Frontier in GenAI”, pubblicato nel 2024, presenta l’intelligenza artificiale agentica ai dirigenti delle aziende del Golfo. Una nota attribuisce a un articolo di VentureBeat un dato secondo cui il 73% degli amministratori delegati coinvolti in un sondaggio PwC considererebbe l’AI generativa capace di trasformare la propria attività. L’articolo collegato descrive l’automazione agentica, ma non menziona né il sondaggio né la percentuale. Un altro riferimento associa il titolo di un contenuto a un collegamento che porta a una pagina differente di Salesforce. Le fonti parlano genericamente di sistemi multiagente, ma non contengono la distinzione tra ragionamento rapido e lento o gli esempi relativi ai modelli di ChatGPT presenti nel rapporto. Diverse citazioni utilizzano inoltre i titoli ricavati dai metadati HTML delle pagine anziché quelli visibili agli utenti, una caratteristica compatibile con una raccolta automatizzata delle informazioni.

L’analisi ha attribuito ai quattro documenti probabilità differenti di contenere testo generato o ampiamente rielaborato con l’intelligenza artificiale. Il rapporto su Citizen Pulse ha ottenuto la valutazione più elevata: escludendo bibliografia e materiali finali, il testo è stato classificato come interamente generato dall’AI. Il documento sulla mobilità è risultato misto per l’82%, quello sulla cybersicurezza per il 60% e quello sugli agenti AI per il 50%. Queste percentuali non costituiscono una prova definitiva dell’autore effettivo, ma risultano coerenti con la presenza di citazioni costruite combinando titoli, autori e collegamenti appartenenti a fonti diverse. Le irregolarità non sono state considerate tutte automaticamente riconducibili all’intelligenza artificiale. Errori ortografici, numerazioni sbagliate, URL incompleti e duplicazioni possono derivare anche da attività manuali, problemi di impaginazione o uso scorretto di un software bibliografico. La concentrazione di fonti inesistenti, affermazioni non supportate, riferimenti semanticamente vicini ma fattualmente irrilevanti e formulazioni generiche indica però che i rapporti non sono stati verificati in modo completo prima della pubblicazione.

PwC ha dichiarato di considerare seriamente la questione e di essere intervenuta per aggiornare un numero limitato di citazioni. Non sono state fornite spiegazioni dettagliate sul processo con cui i documenti sono stati prodotti, sugli strumenti utilizzati o sulle procedure di controllo applicate prima della diffusione. I rapporti erano materiali di thought leadership destinati a sostenere il posizionamento consulenziale della società nei settori dell’intelligenza artificiale, della trasformazione pubblica e della mobilità. La vicenda coinvolge direttamente l’affidabilità dei contenuti professionali utilizzati per orientare decisioni aziendali e amministrative. Un rapporto pubblicato da una grande società di consulenza può essere ripreso da giornali, presentazioni, documenti istituzionali e altri studi, mentre le sue pagine possono essere indicizzate dai motori di ricerca e utilizzate come fonti dai successivi sistemi generativi. Anche un’affermazione mai letta direttamente da una persona può quindi essere recuperata da un agente di ricerca e riproposta come informazione verificata soltanto perché associata al marchio di un’organizzazione riconosciuta.

Nei test condotti dopo l’indagine, diversi assistenti AI hanno ripetuto alcune delle affermazioni errate contenute nei rapporti, trattandole come dati reali. L’indicizzazione online trasforma così una singola allucinazione in una possibile fonte per nuove risposte, creando una sequenza nella quale un modello genera un’informazione falsa, un’organizzazione la pubblica, un motore la indicizza e altri modelli la recuperano come prova indipendente. L’errore acquisisce progressivamente credibilità senza essere mai stato dimostrato. PwC è l’ultima delle quattro principali società internazionali di consulenza e revisione coinvolta in casi simili. Precedenti indagini avevano individuato citazioni e affermazioni inventate in rapporti di Deloitte, EY e KPMG, portando in alcuni casi al ritiro dei documenti o alla loro correzione. Le società interessate sono contemporaneamente tra i principali fornitori di consulenza sull’adozione responsabile dell’intelligenza artificiale, sulla governance dei modelli e sulla necessità di mantenere un controllo umano sulle informazioni generate.

Il problema evidenziato dai quattro rapporti non riguarda quindi la semplice presenza dell’AI nel processo di scrittura, ma l’assenza di un sistema capace di verificare ogni affermazione e ogni fonte prima della pubblicazione. Una citazione non può essere considerata valida perché presenta un titolo plausibile, un autore credibile e un collegamento a un’organizzazione autorevole. Il documento deve esistere, il collegamento deve condurre alla fonte corretta e il suo contenuto deve sostenere esattamente il dato al quale viene associato. Il controllo richiede procedure distinte per la validazione bibliografica e fattuale. La prima deve accertare l’esistenza della fonte e la correttezza di titolo, autori, data, editore e URL; la seconda deve verificare che il documento contenga davvero l’informazione riportata e che non venga utilizzato per sostenere una conclusione più ampia rispetto alle evidenze disponibili. Senza entrambe le verifiche, una bibliografia formalmente completa può continuare a nascondere affermazioni inventate o attribuite al documento sbagliato.

Di Fantasy