L’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa sta costringendo il mondo dello spettacolo a confrontarsi con una domanda sempre più urgente: chi possiede davvero l’immagine e la voce di una persona nell’era dei modelli capaci di imitarle perfettamente? Una risposta, almeno parziale, arriva da Matthew McConaughey, che ha deciso di muoversi in anticipo registrando un marchio per tutelare la propria immagine e la propria voce da un utilizzo non autorizzato da parte delle piattaforme di intelligenza artificiale.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, l’attore ha depositato presso l’ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti una serie di clip video e riferimenti iconici legati alla sua identità pubblica. Tra questi figura anche la celebre frase “alright, alright, alright”, diventata parte integrante del suo personaggio pubblico dopo il film del 1993 Dazed and Confused. L’obiettivo non è soltanto difendere una battuta famosa, ma costruire una barriera giuridica contro la possibilità che sistemi di AI possano replicare la sua voce o il suo volto senza consenso.
Si tratta di un passo particolarmente significativo perché, secondo i suoi avvocati e diversi esperti legali, è la prima volta che un attore tenta di utilizzare in modo esplicito il diritto dei marchi come strumento di difesa contro l’uso improprio dell’intelligenza artificiale. Fino ad oggi, il dibattito si è concentrato soprattutto sul diritto d’autore o sul diritto all’immagine, ma l’uso dei marchi apre una strada diversa, potenzialmente più solida in un contesto commerciale dove l’identità di una celebrità è strettamente legata al valore economico che genera.
Il team legale di McConaughey ha chiarito che, al momento, non esistono casi noti di manipolazione o clonazione della sua immagine tramite AI. Proprio per questo, la scelta viene letta come una mossa preventiva, pensata per anticipare un problema prima che esploda, invece di inseguirlo quando il danno è già stato fatto. In parallelo, l’attore ha dichiarato apertamente di voler intercettare parte del valore economico che l’intelligenza artificiale è in grado di generare sfruttando volti e voci riconoscibili.
In una dichiarazione inviata via email, McConaughey è stato molto diretto: ha affermato di voler consentire l’uso della propria voce e della propria immagine solo con il suo permesso e la sua firma, sottolineando la necessità di creare confini chiari sulla proprietà. Secondo l’attore, consenso e attribuzione devono diventare la norma anche nel mondo dell’AI, non un’eccezione concessa a posteriori.
Questa posizione non nasce però da una visione ostile verso la tecnologia. Al contrario, McConaughey ha più volte dimostrato di non essere contrario all’intelligenza artificiale in sé e ha persino rivelato di detenere da anni azioni di ElevenLabs, una delle aziende più avanzate nel campo della sintesi vocale. Il suo approccio sembra quindi basarsi su una distinzione netta: l’AI come strumento può essere utile e legittima, ma l’uso dell’identità di una persona deve restare una scelta consapevole e contrattualizzata.
Negli anni passati erano circolate anche voci secondo cui, nel film Interstellar, sarebbe stata utilizzata una forma di intelligenza artificiale costruita a partire dalla voce dell’attore con il suo consenso. Tuttavia, queste indiscrezioni sono state smentite, a conferma di quanto il tema della commistione tra AI e performance attoriale sia spesso avvolto da fraintendimenti e leggende mediatiche.
Secondo Sandra Wachter, professoressa all’Università di University of Oxford, il caso McConaughey potrebbe fare scuola. In un’intervista alla BBC, Wachter ha osservato che non sarebbe affatto sorprendente vedere altre figure di spicco del mondo dello spettacolo adottare strategie simili per difendere la propria identità digitale. In un contesto in cui la clonazione vocale e visiva è sempre più accessibile, l’assenza di tutele preventive rischia di trasformarsi in un problema sistemico.
Un segnale in questa direzione era già arrivato all’inizio del 2024, quando Robert Downey Jr. aveva annunciato pubblicamente che avrebbe fatto causa a chiunque avesse creato un suo clone tramite intelligenza artificiale. La sua dichiarazione, volutamente provocatoria, sottolineava che il suo studio legale sarebbe rimasto “molto attivo” anche dopo la sua morte, a dimostrazione di quanto il tema dell’eredità digitale stia diventando centrale.
Il gesto di Matthew McConaughey, dunque, non va letto come una semplice curiosità legale, ma come un segnale forte di un cambiamento in atto. L’intelligenza artificiale sta ridefinendo i confini tra persona, immagine e valore economico, e le celebrità stanno iniziando a muoversi per fissare regole prima che siano le piattaforme a farlo al posto loro. In questo scenario, la tutela dell’identità non appare più come una battaglia contro l’innovazione, ma come un tentativo di guidarla verso un equilibrio in cui tecnologia, consenso e diritti individuali possano coesistere.
