Immagine AI

La corsa all’intelligenza artificiale ha ufficialmente superato i confini dell’atmosfera terrestre, aprendo un nuovo fronte di competizione tecnologica tra le grandi potenze. Negli ultimi mesi, una serie di traguardi storici ha dimostrato che lo spazio non è più solo un luogo per la trasmissione di segnali, ma sta diventando una vera e propria estensione dell’infrastruttura di calcolo globale. Il protagonista più recente di questa evoluzione è Qwen-3, il modello linguistico di Alibaba Cloud, che nel novembre 2025 è stato caricato ed eseguito con successo in orbita, segnando un primato significativo per la tecnologia cinese e inaugurando l’era dei data center spaziali operativi.

L’operazione è stata condotta in collaborazione con Adaspace, una startup aerospaziale con sede a Chengdu, che ha integrato Qwen-3 all’interno del suo primo centro di calcolo orbitale. Ciò che rende questo esperimento straordinario è la velocità di esecuzione: l’intero ciclo operativo, che comprende l’invio di una query dalla Terra, l’elaborazione dell’inferenza tramite l’intelligenza artificiale nello spazio e la ricezione del risultato al suolo, è stato completato in meno di due minuti. Questo successo tecnico è parte integrante del progetto “Star-Compute”, un piano ambizioso che prevede la messa in orbita di una rete di 2.800 satelliti entro il 2035, suddivisi tra unità dedicate all’inferenza e centri specializzati nell’addestramento dei modelli.

Parallelamente, anche negli Stati Uniti il settore privato sta accelerando con risultati altrettanto impressionanti. Quasi contemporaneamente al successo cinese, la startup Starcloud ha utilizzato il satellite Starcloud-1, equipaggiato con i potenti chip NVIDIA H100, per far girare Gemma, il modello aperto di Google. Non solo: il sistema è riuscito a completare con successo l’addestramento del modello NanoGPT di Andrej Karpathy, dimostrando che è possibile non solo utilizzare l’intelligenza artificiale nello spazio, ma anche istruirla direttamente in orbita. Questa convergenza di eventi sottolinea come la gestione dei dati in loco stia diventando una necessità strategica per ridurre la latenza e ottimizzare l’uso della banda larga.

Le ragioni che spingono le aziende a spostare i data center fuori dalla Terra sono molteplici e toccano aspetti ambientali, energetici e logistici. Un data center nello spazio beneficia di un’esposizione solare costante per l’alimentazione e, soprattutto, della capacità di irradiare il calore nel vuoto cosmico, eliminando il bisogno delle enormi quantità di acqua ed elettricità richieste per il raffreddamento degli impianti terrestri. Inoltre, l’elaborazione dei dati direttamente sul satellite permette di trasmettere sulla Terra solo le informazioni rilevanti già elaborate, anziché enormi flussi di dati grezzi, rendendo le missioni di osservazione terrestre o di monitoraggio ambientale molto più efficienti.

Il futuro prossimo vedrà un’ulteriore intensificazione di questa competizione. Mentre Adaspace si prepara a lanciare nuovi centri di calcolo nel 2026, giganti come Google ed SpaceX hanno già delineato i propri piani. Elon Musk, in particolare, punta a trasformare la futura generazione di satelliti Starlink V3 in veri e propri nodi di calcolo dotati di GPU, sfruttando la vasta costellazione già esistente per creare una rete cloud orbitale senza precedenti. Con il progredire di queste tecnologie, l’intelligenza artificiale non sarà più un servizio vincolato alla superficie del pianeta, ma un’intelligenza distribuita capace di operare in modo autonomo e veloce direttamente tra le stelle.

Di Fantasy