Molte aziende si trovano ad affrontare un ostacolo invisibile ma estremamente oneroso che rischia di vanificare i massicci investimenti profusi nell’intelligenza artificiale. Questo fenomeno, spesso definito con il termine pittoresco ma efficace di “Franken-stack”, rappresenta una stratificazione disordinata di strumenti, piattaforme e software diversi che sono stati integrati nel tempo senza una visione d’insieme coerente. Si tratta di un’architettura ibrida, composta da pezzi di tecnologie legacy e soluzioni moderne, che finisce per creare una sorta di “tassa nascosta” capace di drenare risorse e rallentare l’innovazione proprio nel momento in cui la velocità d’esecuzione è diventata un fattore critico di sopravvivenza.
Il problema principale di queste strutture frammentate risiede nella loro intrinseca incapacità di far fluire i dati in modo fluido e sicuro. Quando un’azienda cerca di implementare strategie avanzate di intelligenza artificiale generativa o modelli di apprendimento automatico, si scontra quasi immediatamente con la realtà di dati silosati, formati incompatibili e protocolli di comunicazione divergenti. Questa mancanza di integrazione profonda costringe i team di ingegneri e data scientist a dedicare la maggior parte del loro tempo non alla creazione di valore o all’affinamento dei modelli, ma a un lavoro estenuante di “idraulica dei dati”, ovvero alla manutenzione di connessioni fragili tra sistemi che non erano nati per dialogare tra loro.
Questa inefficienza operativa si traduce in quella che viene definita una vera e propria imposta sulla produttività. Ogni nuovo progetto di intelligenza artificiale deve infatti farsi carico di costi aggiuntivi per superare le barriere tecniche poste dall’infrastruttura esistente. Di conseguenza, i tempi di rilascio delle soluzioni si allungano e i budget lievitano, portando spesso i vertici aziendali a percepire l’IA come una tecnologia eccessivamente costosa o difficile da scalare, quando in realtà il vero colpevole è il substrato tecnologico su cui essa poggia. Il paradosso è che, per rimediare a queste difficoltà, molte organizzazioni tendono ad aggiungere ulteriori software di orchestrazione o strati intermedi, finendo per alimentare ulteriormente la complessità del loro “Franken-stack”.
Oltre all’aspetto puramente economico e operativo, esiste una criticità legata alla governance e alla sicurezza. In un ecosistema composto da numerosi strumenti eterogenei, garantire una gestione uniforme dei permessi e una protezione costante dei dati sensibili diventa una sfida titanica. L’intelligenza artificiale richiede un accesso vasto e granulare alle informazioni aziendali per poter essere realmente efficace, ma se l’infrastruttura è frammentata, il rischio di violazioni o di utilizzi impropri dei dati aumenta esponenzialmente. La difficoltà di avere una visione unica e centralizzata trasforma la conformità normativa in un labirinto burocratico che frena ulteriormente la sperimentazione.
Per superare questo stallo, è necessario un cambio di paradigma che sposti l’attenzione dalla semplice acquisizione di nuovi strumenti alla progettazione di un’architettura unificata e coerente. Le aziende che riescono a trarre il massimo vantaggio dall’intelligenza artificiale sono quelle che hanno il coraggio di affrontare il debito tecnico accumulato, semplificando i propri stack tecnologici e puntando su piattaforme integrate che privilegiano l’interoperabilità. Solo eliminando questa tassa nascosta della frammentazione è possibile liberare il vero potenziale dell’innovazione, permettendo ai talenti aziendali di concentrarsi sulla creazione di soluzioni capaci di trasformare realmente il business, anziché restare intrappolati nella gestione di un mosaico tecnologico inefficiente.
