Immagine AI

Nella storia del cinema, ci sono opere che hanno segnato più di altre l’immaginario collettivo e la memoria critica degli appassionati; tra queste, L’orgoglio degli Amberson (The Magnificent Ambersons), il film di Orson Welles del 1942, occupa un posto singolare perché è anche il simbolo di un’opera mutilata e in parte perduta. Welles, già ventiseienne prodigio dietro Quarto potere, vide il suo secondo film profondamente alterato dalla casa di produzione RKO mentre era all’estero, con oltre quaranta minuti di girato tagliati e distrutti e una visione narrativa profondamente compromessa. Per decenni, quegli spezzoni mancanti sono stati oggetto di leggende, ricerche e desideri di ricostruzione: che effetti avrebbe avuto il film se fosse uscito così come Welles lo immaginava? E ora, in un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo i confini di molte pratiche culturali, c’è chi sta provando a rispondere a questa domanda in modo concreto sfruttando proprio l’AI.

L’idea non nasce da un semplice desiderio di nostalgia, ma da un progetto ambizioso portato avanti dalla startup chiamata Showrunner, sostenuta finanziariamente da Amazon. Il suo fondatore, Edward Saatchi, ha annunciato che l’obiettivo è utilizzare strumenti di intelligenza artificiale generativa per ricostruire i quarantatré minuti mancanti de L’orgoglio degli Amberson partendo da tutto il materiale rimasto disponibile: sceneggiature originali, fotografie dal set, appunti di produzione e ogni altra traccia utile a delineare ciò che era stato pensato da Welles. L’AI, allenata su questi dati e sul film esistente, dovrebbe essere in grado di generare nuove scene che si integrino con quelle originali, offrendo una visione il più possibile vicina a ciò che il regista aveva concepito prima dell’intervento della RKO.

Questo approccio combina tecniche digitali avanzate: non si tratta solo di lasciare che un algoritmo “inventi” immagini a caso, ma di lavorare con attori in carne e ossa che recitano nuove sequenze filmate appositamente, cui poi l’intelligenza artificiale sovrappone volti e pose che ricordano gli interpreti dell’epoca — un processo che utilizza strumenti di trasferimento facciale e di modellazione del movimento. I set vengono ricreati digitalmente grazie alle fotografie di repertorio e alle note di produzione, e l’IA, alimentata da modelli sofisticati, aiuta a mantenere coerenza stilistica e narrativa con il resto del film. In sostanza, il progetto si propone di “immaginare” ciò che è andato perso, ma lo fa con una mappatura rigorosa delle informazioni storiche disponibili, cercando di rispettare al massimo l’estetica e la visione originale di Welles.

La prospettiva apre scenari affascinanti ma anche controversi. Da un lato, per gli amanti del cinema e gli studiosi, la possibilità di vedere una versione “completa” di una delle opere più discusse e studiate del ventesimo secolo avrebbe un valore storico e culturale enorme: offrirebbe una chiave di lettura nuova su un autore che ha influenzato profondamente il linguaggio cinematografico, e risponderebbe a un mistero che da oltre ottant’anni alimenta discussioni e ipotesi critiche. Dall’altro lato, però, il progetto solleva interrogativi etici e artistici di grande portata. Riprodurre volti e performance di attori che non ci sono più, simulare la mano creativa di un autore scomparso e integrare parti “generate” con materiale originale pone domande su autenticità, autorità artistica e diritti d’autore che vanno ben oltre il semplice restauro tecnico. Non è un caso che, come segnalano alcune fonti, gli eredi di Welles non siano stati consultati specificamente per questo progetto e che ci siano state reazioni critiche da parte di chi teme che l’AI possa alterare l’intento creativo originale piuttosto che rispettarlo.

Inoltre, mentre la tecnologia continua a spingersi verso applicazioni sempre più complesse nell’ambito della creazione e della rigenerazione di contenuti, il caso de L’orgoglio degli Amberson si pone anche come banco di prova per comprendere fino a che punto l’intelligenza artificiale potrà o dovrà intervenire nel patrimonio culturale dell’umanità. C’è chi vede in questo progetto un passo significativo verso una nuova forma di conservazione cinematografica, che non si limita a restaurare pellicole deteriorate ma addirittura “ricostruisce” opere perdute, e chi invece avverte il rischio di sostituire la visione umana con una ricostruzione algoritmica che potrebbe essere tecnicamente impeccabile ma priva di quella scintilla creativa che definisce l’arte.

Al di là dei dibattiti, il progetto di Showrunner rappresenta una delle applicazioni più audaci dell’intelligenza artificiale nel campo della cultura e del cinema, mostrando come strumenti digitali e algoritmi avanzati possano collaborare con competenze umane per esplorare territori finora ritenuti inaccessibili. Che L’orgoglio degli Amberson torni a esistere nella sua forma “completa” o che questa versione resti una suggestione ipotetica, resta il fatto che la tecnologia sta ridefinendo il modo in cui guardiamo al passato artistico, alla memoria delle opere e alla possibilità di restituire voce e immagine a ciò che una volta sembrava perduto per sempre.

Di Fantasy