Negli ultimi anni il dibattito sull’intelligenza artificiale applicata al cinema si è fatto sempre più acceso, soprattutto man mano che le tecnologie generative hanno iniziato a promettere sceneggiature, immagini e persino film completi prodotti con un intervento umano minimo. In questo contesto si inserisce con decisione la posizione di Ben Affleck, che da tempo sostiene una tesi tanto semplice quanto provocatoria: l’intelligenza artificiale, per quanto potente, non può davvero fare cinema. Non nel senso profondo e umano del termine.
Affleck ha ribadito questo concetto durante una recente apparizione insieme a Matt Damon nel The Joe Rogan Experience, dove i due erano ospiti per promuovere il loro nuovo film The Rip, prodotto dalla loro casa di produzione Artists Equity. La conversazione, però, è andata ben oltre la promozione, trasformandosi in una riflessione ampia sullo stato attuale della narrazione audiovisiva e sulle pressioni esercitate dalla tecnologia contemporanea.
Secondo Affleck, il problema non è solo l’intelligenza artificiale in sé, ma il contesto digitale in cui oggi nascono e vengono fruiti i film. Lo streaming, gli smartphone e la frammentazione dell’attenzione hanno modificato radicalmente le regole del racconto cinematografico. Un tempo, le scene più intense e memorabili arrivavano nella seconda metà del film, quando lo spettatore era ormai immerso nella storia. Oggi, invece, chi realizza un film è quasi costretto a catturare l’attenzione nei primi cinque minuti, perché sa che il pubblico guarda spesso lo schermo con il telefono in mano, distratto da notifiche e contenuti paralleli. Questo cambiamento, secondo Affleck, non è neutro: influisce direttamente sul modo in cui le storie vengono scritte, girate e montate.
È all’interno di questo scenario che l’attore colloca la sua critica all’intelligenza artificiale. Affleck rifiuta lo stereotipo secondo cui l’IA sarebbe una sorta di nuova mente creativa, capace di sostituire l’ingegno umano. Al contrario, la descrive come un sistema che funziona per medie, combinando dati esistenti e cercando la soluzione più plausibile, quella che riduce al minimo l’errore. Proprio questo, però, è il suo limite più grande. L’arte, sostiene Affleck, nasce dagli scarti, dagli sbagli, dalle decisioni irrazionali. Nasce da un autore di cattivo umore, da un sogno strano, da un’intuizione che non segue le regole e che, proprio per questo, riesce a sorprendere.
Secondo questa visione, le sceneggiature generate dall’intelligenza artificiale risultano spesso stereotipate non perché la tecnologia sia immatura, ma perché è progettata per evitare l’errore. I modelli guardano al passato, ai dati già esistenti, e li rimescolano per produrre qualcosa di coerente e formalmente corretto. Ma l’arte, per sua natura, guarda in avanti. Cerca ciò che non è ancora stato fatto, anche a costo di fallire. In questo senso, l’IA diventa uno specchio del già visto, un meccanismo che replica schemi invece di infrangerli.
Matt Damon si è detto pienamente d’accordo, aggiungendo un elemento emotivo fondamentale. Il pubblico, ha spiegato, si commuove quando percepisce l’imperfezione umana, non quando si trova di fronte a una perfezione levigata e prevedibile. Una scrittura disordinata, a tratti incoerente, può comunque avere un’anima. Al contrario, un testo troppo pulito, troppo corretto, rischia di apparire inerte. L’intelligenza artificiale, proprio perché tende a “ripulire” tutto, finisce spesso per eliminare quella frizione emotiva che rende una storia viva.
Nonostante queste critiche, Affleck non assume una posizione ideologica o di rifiuto totale. Al contrario, riconosce apertamente il valore dell’intelligenza artificiale come strumento industriale. Nel cinema, l’IA può ridurre in modo significativo i costi di produzione, sostituendo alcune riprese in esterni, automatizzando lavori grafici complessi e comprimendo tempi che in passato richiedevano mesi di lavoro e grandi squadre di professionisti. Questo abbattimento dei costi, sottolinea, ha anche un risvolto positivo spesso trascurato: abbassa le barriere d’ingresso. Più creatori possono permettersi di realizzare un film, e questo apre la strada a opere più rischiose, sperimentali, lontane dalle logiche conservative dei grandi budget.
Il punto centrale, però, resta il processo decisionale. Decidere cosa raccontare, cosa mostrare e come colpire emotivamente lo spettatore è qualcosa che, secondo Affleck, appartiene ancora agli esseri umani. L’intelligenza artificiale può essere un supporto, una “matita” nelle mani dell’artista, ma non l’artista stesso. Le idee davvero folli, quelle che riescono a toccare il cuore del pubblico, rappresentano forse una piccola percentuale del totale, ma nascono dall’intuizione umana, non dall’analisi dei dati.
