La domanda “siamo nella bolla dell’intelligenza artificiale?” è ormai sulla bocca di tutti: investitori, imprenditori, analisti, giornalisti e dirigenti delle grandi aziende tech. Ma secondo un’analisi approfondita pubblicata su VentureBeat l’idea stessa di una singola “bolla dell’AI” non coglie la natura reale di ciò che sta accadendo nel settore. Al contrario, suggerisce l’autore, Val Bercovici di WEKA, siamo di fronte a diverse “bolle” sovrapposte, ciascuna con caratteristiche, rischi e potenziali esiti molto differenti.
Il dibattito sull’esistenza di una bolla non è nuovo: investitori come Sam Altman di OpenAI e fondatori come Bill Gates hanno già notato dinamiche tipiche da bolla con valutazioni esagerate, entusiasmo eccessivo e progetti che difficilmente reggeranno alla prova del tempo. Tuttavia, dire semplicemente che “l’intelligenza artificiale è una bolla” è una semplificazione che rischia di oscurare le complesse forze in gioco.
Per comprendere questa visione più sfumata, bisogna innanzitutto spostare l’attenzione da una prospettiva unitaria a una stratificazione: non tutto ciò che riguarda l’AI è uguale, e non tutte le componenti del mercato si muovono con lo stesso slancio o hanno lo stesso potenziale di valore a lungo termine. Alcuni segmenti stanno vivendo un’esplosione di interesse che potrebbe presto normalizzarsi o collassare, mentre altri sono profondamente radicati nelle fondamenta dell’economia digitale e tecnologica.
La prima di queste “bolle” riguarda le cosiddette “wrapper companies”, ovvero quelle imprese che non costruiscono tecnologie AI originali ma semplicemente ne impacchettano l’uso in prodotti o servizi con poca differenziazione reale. Queste società, spesso nate con grande entusiasmo e valutazioni elevate, rischiano di essere travolte non appena i grandi piattaforme tech decidano di includere funzionalità simili nei loro ecosistemi principali. In un mercato dove chi possiede l’accesso all’utente finale ha un enorme vantaggio competitivo, queste startup possono rapidamente diventare obsolete o difficili da sostenere se non riescono a creare una vera barriera all’entrata o un vantaggio competitivo durevole.
Un secondo strato di bolle si trova nel cuore dell’innovazione AI: le società che sviluppano i modelli di base, le cosiddette foundation models. Queste aziende, come OpenAI, Anthropic o Mistral, possiedono tecnologie complesse e competenze ingegneristiche profonde, ma anche qui si riscontrano dinamiche fortemente speculative. Alcuni analisti sottolineano discrepanze tra investimenti enormi e potenziali ricavi effettivi, con cifre astronomiche che sembrano più riflettere aspettative future che risultati attuali. In questo spazio, la competizione tecnologica è intensa e non è chiaro se tutti i player possano sopravvivere alla naturale evoluzione del mercato, con fusioni, acquisizioni e consolidamenti che potrebbero ridefinire chi resterà in piedi.
Infine, nel livello più profondo e, paradossalmente, meno “effimero”, c’è l’infrastruttura tecnologica: i produttori di chip ad alte prestazioni, i data center specializzati per intelligenza artificiale, i sistemi di memoria e storage ottimizzati per carichi di lavoro AI. Questi elementi non sono semplici fenomeni di moda o progetti speculative, ma sono fondamentali per l’intero ecosistema digitale. Sebbene si possano verificare eccessi di costruzione o fasi di sovracapacità temporanea, queste infrastrutture possiedono un valore reale e duraturo: simili, in un certo senso, ai cavi in fibra ottica costruiti durante la bolla delle dot-com, che alla fine si sono rivelati fondamentali per lo sviluppo di servizi come streaming video e cloud computing. Questo stesso tipo di investimento potrebbe non “scoppiare” nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto evolvere e integrare nuove forme di utilizzo nel tempo.
Questa visione stratificata porta con sé un messaggio chiaro per chi osserva, investe o lavora nel mondo dell’intelligenza artificiale: non è sufficiente chiedersi se siamo in una bolla. La domanda più utile — e più difficile — è quale bolla stiamo osservando, quali componenti del mercato sono sostenibili e quali no, e quali dinamiche competitive e tecnologiche guideranno la maturazione di questo settore nei prossimi anni.
In un’epoca in cui termini come “AI” vengono usati in modo onnipresente e spesso superficiale, pensare a bolle separate piuttosto che a un unico fenomeno monolitico aiuta a distinguere tra hype e valore reale. Le bolle meno solide — come quelle intorno alle applicazioni superficiali o ai modelli di business deboli — tendono a sgonfiarsi man mano che la tecnologia matura, mentre gli investimenti in infrastrutture, competenze tecniche e integrazione profonda nell’economia digitale hanno maggiori probabilità di lasciare un’eredità significativa.
