Immagine AI

L’European Publishers Council (EPC), l’organizzazione che rappresenta i principali editori del continente, ha presentato un reclamo formale alla Commissione Europea contro Google. L’accusa è pesante: l’utilizzo delle nuove funzionalità di ricerca basate sull’intelligenza artificiale, come le AI Overviews e la cosiddetta Modalità AI, configurerebbe un abuso di posizione dominante volto a sfruttare i contenuti giornalistici senza consenso e senza un equo compenso economico.

Secondo gli editori, il motore di ricerca di Mountain View sta compiendo una transizione pericolosa: da semplice intermediario che indirizza il traffico verso i siti sorgente, Google si starebbe trasformando in un “motore di risposte” autonomo. In pratica, fornendo riassunti completi ed esaustivi direttamente nella pagina dei risultati, l’intelligenza artificiale trattiene gli utenti all’interno dell’ecosistema di Google, eliminando la necessità di cliccare sugli articoli originali. Questo fenomeno di disintermediazione colpisce al cuore il modello economico del giornalismo, riducendo drasticamente le visite ai siti web e, di conseguenza, i ricavi pubblicitari necessari per sostenere la produzione di notizie di qualità.

Christian Van Thillo, presidente dell’EPC, ha chiarito che l’azione legale non nasce da una resistenza preconcetta verso l’innovazione tecnologica o l’intelligenza artificiale in sé. La questione riguarda piuttosto il potere di mercato esercitato dai cosiddetti “gatekeeper” digitali, che utilizzerebbero la loro posizione per appropriarsi del lavoro altrui. Gli editori sostengono che il patto tacito che ha sostenuto il web aperto per decenni — ovvero la visibilità in cambio della libera indicizzazione — sia stato rotto. Senza un sistema di licenze equo e la trasparenza sull’uso dei dati, il rischio è quello di un danno strutturale e irreversibile all’intero comparto dei media democratici.

Dall’altra parte, Google ha respinto con fermezza le accuse, definendole inesatte e sostenendo che le nuove funzioni sono progettate proprio per soddisfare le richieste degli utenti europei, desiderosi di risposte più rapide e pertinenti. L’azienda sottolinea come i propri strumenti di intelligenza artificiale siano pensati per dare risalto ai contenuti di qualità e che esistano già controlli tecnici per permettere ai proprietari dei siti di gestire la propria presenza online. Tuttavia, su questo punto gli editori rimangono scettici: scegliere di non apparire nelle panoramiche dell’intelligenza artificiale (il cosiddetto opt-out) comporterebbe inevitabilmente una perdita di visibilità generale nel motore di ricerca, rendendo la scelta di fatto obbligata.

Questo nuovo reclamo non arriva nel vuoto, ma va a rafforzare un’indagine già avviata dalla Commissione Europea alla fine del 2025. Bruxelles sta verificando se Google abbia imposto condizioni commerciali inique e se stia alterando la concorrenza ottenendo un accesso privilegiato a materiali che dovrebbero essere disponibili a parità di condizioni anche per altri sviluppatori di modelli di intelligenza artificiale. In un contesto in cui il Digital Markets Act (DMA) impone regole sempre più strette ai colossi tecnologici, l’esito di questa indagine prioritaria sarà determinante per stabilire se il progresso tecnologico possa procedere a scapito della sostenibilità del giornalismo o se sia giunto il momento di imporre un nuovo quadro di remunerazione per l’era dell’intelligenza artificiale.

Di Fantasy