Jodie Foster ha usato F1 con Brad Pitt come esempio di un fenomeno sempre più discusso nel cinema contemporaneo: un’opera può trasmettere allo spettatore una sensazione di artificialità anche quando non esistono elementi pubblici che dimostrino un uso centrale dell’intelligenza artificiale nella scrittura o nella realizzazione del film. Durante un confronto sull’evoluzione di Hollywood e sulle conseguenze dell’AI nel settore audiovisivo, Foster ha osservato che il film le era sembrato costruito secondo una logica così ordinata, prevedibile e perfettamente calibrata da farle pensare a un prodotto scritto da un computer.
Il riferimento non riguardava una specifica tecnologia impiegata nella produzione, ma soprattutto la struttura narrativa. F1 segue infatti un impianto molto riconoscibile: un ex pilota segnato dal passato torna in pista per aiutare una squadra in difficoltà, entra in conflitto con un giovane talento, affronta un percorso di rivalità e collaborazione, supera una serie di ostacoli tecnici e personali e arriva a una risoluzione costruita per massimizzare tensione, spettacolo e coinvolgimento emotivo. È una struttura efficace per il grande pubblico, ma anche estremamente codificata, perché utilizza passaggi narrativi già consolidati nel cinema sportivo e nei blockbuster di competizione.
La percezione di un film “generato dall’AI” nasce spesso proprio da questa combinazione di elementi. Dialoghi che arrivano nel momento previsto, conflitti costruiti con progressione lineare, personaggi che incarnano ruoli immediatamente leggibili, svolte narrative collocate nei punti attesi e una conclusione progettata per chiudere tutte le tensioni principali possono ricordare il funzionamento dei modelli generativi. Un sistema AI, quando riceve istruzioni per produrre un film sportivo ad alta intensità emotiva, tende infatti a ricombinare strutture narrative ricorrenti, archetipi, ritmi e soluzioni già presenti in grandi quantità nei dati su cui è stato addestrato.
Questa somiglianza non dimostra però che un’opera sia stata scritta dall’intelligenza artificiale. Nel caso di F1, il progetto è attribuito al regista Joseph Kosinski e allo sceneggiatore Ehren Kruger, con la produzione di Jerry Bruckheimer, Brad Pitt e Lewis Hamilton. Il film è stato sviluppato come produzione ad alta componente tecnica, con riprese effettuate durante weekend reali di Formula 1, vetture costruite e modificate per le esigenze cinematografiche, camere compatte montate sui veicoli e un lavoro esteso di effetti visivi per integrare il team immaginario APXGP nei contesti delle gare reali.
La componente digitale del film è quindi molto rilevante, ma non coincide automaticamente con l’uso dell’AI generativa. La produzione ha utilizzato effetti visivi, compositing, ricostruzioni di ambienti, sostituzioni digitali delle vetture e integrazione di immagini girate in piste diverse per ottenere continuità visiva tra scene, circuiti e gare. Sono tecniche consolidate nel cinema contemporaneo, basate su modellazione 3D, tracking, simulazioni, correzione dell’immagine e composizione digitale. Il fatto che un film utilizzi migliaia di interventi visivi o tecnologie avanzate di ripresa non significa che sceneggiatura, recitazione o regia siano state affidate a un modello generativo.
Il punto sollevato da Foster è quindi più ampio del singolo titolo. L’intelligenza artificiale sta diventando anche una categoria critica, usata per descrivere opere percepite come eccessivamente ottimizzate, prive di deviazioni, imperfezioni o scelte realmente sorprendenti. In questo senso, “sembra fatto dall’AI” non indica necessariamente una tecnologia concreta, ma un tipo di costruzione narrativa che appare troppo aderente a formule conosciute. Il rischio non è soltanto che l’AI produca contenuti standardizzati, ma che l’industria finisca per adottare volontariamente la stessa logica dei sistemi generativi: replicare ciò che ha già funzionato, ridurre il margine di rischio e privilegiare strutture capaci di garantire un risultato commerciale prevedibile.
F1 mostra bene questa tensione. Da un lato è un prodotto costruito con grande precisione tecnica, accesso reale al mondo della Formula 1 e una macchina produttiva complessa; dall’altro utilizza una narrazione volutamente accessibile e universale, pensata per funzionare anche con chi non segue il motorsport. È proprio questa combinazione tra spettacolarità tecnologica e struttura narrativa estremamente riconoscibile ad aver portato Foster a leggerlo come un esempio di cinema che può sembrare già organizzato secondo le regole di una generazione automatica, anche quando dietro restano autori, attori, tecnici e decisioni umane.
