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A Trieste un fenomeno che si stava percependo da tempo nei corridoi e nelle aule scolastiche è esploso con tutta la sua evidenza, portando i presidi a intervenire in modo drastico. All’inizio del 2026, nel celebre Liceo Dante Carducci della città, alcune verifiche degli studenti sono state annullate perché è emerso che i ragazzi avevano fatto un uso improprio dell’intelligenza artificiale per svolgere i compiti assegnati. Questa decisione costituisce uno dei primi casi in Italia in cui la scuola è stata costretta ad adottare misure punitive nei confronti degli studenti per aver fatto affidamento su strumenti digitali avanzati, piuttosto che sulle proprie conoscenze e competenze.

Dietro a questa scelta delle autorità scolastiche c’è la consapevolezza che le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, pur avendo enormi potenzialità nel campo educativo, rischiano di alterare profondamente il rapporto tra docente e studente se vengono utilizzate per bypassare lo sforzo personale. Le scuole italiane, come molte altre in Europa e nel mondo, si trovano oggi a dover fare i conti con una realtà nuova: ragazzi e ragazze sempre più abili nell’utilizzo di strumenti come chatbot, generatori di testi o piattaforme capaci di sintetizzare conoscenze complesse in pochi istanti, strumenti che purtroppo possono venire impiegati per completare compiti e verifiche senza che il ragazzo ne comprenda davvero i contenuti.

Nel caso specifico di Trieste, la scelta di annullare i compiti non è stata una reazione isolata o dettata da un singolo episodio isolato, ma fa parte di un movimento più ampio di scuole che cercano di affrontare l’uso dell’IA nella didattica con politiche chiare. I presidi hanno deciso di avviare corsi antifrode rivolti ai docenti per imparare a riconoscere i segni di testi generati da IA e per dotare gli insegnanti di strumenti utili a valutare meglio il lavoro degli studenti. Parallelamente, è stato vietato l’impiego di questi strumenti per la correzione automatica delle verifiche, una scelta che intende preservare la funzione formativa dell’esame e della valutazione come momento in cui lo studente dimostra realmente le proprie competenze.

Queste iniziative a Trieste riflettono un dibattito più ampio che coinvolge il sistema educativo italiano e internazionale. Da un lato, l’intelligenza artificiale rappresenta una risorsa formidabile: può essere utilizzata per personalizzare l’apprendimento, offrire spiegazioni aggiuntive su argomenti complessi, stimolare curiosità attraverso nuovi approcci e supportare sia studenti sia insegnanti nel processo educativo. Dall’altro lato, se non viene accompagnata da un’adeguata alfabetizzazione digitale e da regole chiare sul suo impiego, rischia di trasformarsi in una scorciatoia che compromette l’autenticità del percorso di apprendimento.

Non si tratta solo di attribuire un voto o di assegnare un giudizio su un compito: si tratta di preservare il valore educativo dell’istruzione stessa. Quando uno studente consegna un compito, ciò che l’insegnante sta valutando non è solo il risultato finale, ma il percorso cognitivo e critico che ha portato a quel risultato. Se questo processo viene delegato a un algoritmo, la scuola perde una parte fondamentale della sua funzione formativa. Per questo motivo, molti docenti ritengono che sia necessario ripensare il modo in cui si assegnano i compiti e le verifiche: più che proibire l’uso dell’IA tout court, può essere più efficace insegnare agli studenti come usarla in modo etico e critico, integrandola in attività che richiedono creatività, pensiero critico e riflessione personale, piuttosto che semplici riproduzioni di informazioni.

In Italia e all’estero, casi simili stanno emergendo con frequenza crescente. In alcune università e college, anche oltre 500 studenti sono stati scoperti a usare strumenti di intelligenza artificiale in modo non consentito nei loro compiti, portando a discussioni su come bilanciare l’innovazione con l’autenticità educativa. La situazione di Trieste, dunque, è esemplare di una sfida che riguarda l’intero sistema scolastico: come integrare strumenti così potenti in un processo educativo che resta fondamentalmente umano, basato sulla comprensione, la riflessione e la crescita individuale.

In questo contesto di transizione, le scuole si trovano a dover aggiornare non solo i regolamenti interni, ma anche l’approccio pedagogico complessivo. L’obiettivo non è fermare l’intelligenza artificiale, né demonizzarla, ma accompagnare studenti e insegnanti in un percorso in cui l’IA diventi uno strumento al servizio dell’apprendimento, della creatività e della comprensione, e non un escamotage per aggirare lo studio. Solo con una cultura digitale matura e condivisa sarà possibile sfruttare appieno le potenzialità di queste tecnologie senza comprometterne i valori educativi fondamentali.

Di Fantasy