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Il concetto di ufficio sta subendo una trasformazione radicale all’interno dei laboratori di xAI, la compagnia di intelligenza artificiale guidata da Elon Musk. Recentemente, sono emersi dettagli affascinanti e a tratti inquietanti su come l’azienda stia testando internamente i cosiddetti “dipendenti virtuali”. Non si tratta più di semplici chatbot o strumenti di assistenza digitale, ma di veri e propri agenti dotati di un’identità aziendale, inseriti negli organigrammi e trattati alla stregua dei colleghi in carne ed ossa. Questa sperimentazione segna il passaggio da un’intelligenza artificiale intesa come software a una concepita come forza lavoro autonoma, capace di occupare posizioni lavorative e interagire all’interno della struttura societaria.

Suleiman Gouri, una figura chiave del team tecnico di xAI e membro del progetto “Macrohard”, ha recentemente condiviso retroscena inediti sulla vita quotidiana in azienda. Secondo quanto riferito, l’obiettivo di Musk è ambizioso: arrivare a gestire una flotta di un milione di dipendenti virtuali. Per alimentare una simile massa di agenti digitali, l’azienda sta persino valutando l’utilizzo della potenza di calcolo inutilizzata dei veicoli Tesla durante le fasi di ricarica. Gouri ha descritto lo sviluppo di un “emulatore umano”, un agente sofisticato progettato per replicare perfettamente le attività digitali: dal modo di digitare sulla tastiera ai clic del mouse, fino alla capacità di interpretare visivamente ciò che accade su uno schermo.

L’integrazione di questi agenti ha dato vita a situazioni paradossali che sembrano uscite da un racconto di fantascienza. Gouri ha raccontato di casi in cui il sistema di gestione aziendale ha inviato notifiche per segnalare l’assenza ingiustificata di un dipendente, bloccando i processi lavorativi, salvo poi scoprire che il “collega” in questione era un’intelligenza artificiale. In altri episodi, i dipendenti umani si sono ritrovati a rispondere istintivamente agli inviti via chat dei colleghi virtuali, i quali chiedevano di “passare un attimo alla scrivania” per discutere di un progetto. Il risultato era spesso il medesimo: il tecnico si alzava fisicamente dalla propria postazione per recarsi nel luogo indicato, solo per trovarsi davanti a una scrivania vuota e ricordare, con un misto di sconcerto e sorpresa, che il suo interlocutore non aveva un corpo fisico.

Tuttavia, questa transizione verso un’azienda interamente automatizzata non è priva di ostacoli significativi. Gouri ha spiegato che la sfida più complessa non risiede nella potenza di calcolo, ma nell’apprendimento della “conoscenza implicita”. Molte attività umane sono composte da decine di passaggi inconsci che le persone compiono senza nemmeno rendersene conto e che, di conseguenza, dimenticano di spiegare o documentare. Quando l’intelligenza artificiale prova a replicare questi compiti, spesso fallisce perché le mancano quegli automatismi mentali che gli esseri umani considerano ovvi. Questi errori, descritti come una sorta di allucinazione operativa, dimostrano che la strada per una perfetta emulazione del lavoro umano è ancora disseminata di sfide tecniche e concettuali.

L’ambiente di lavoro in xAI riflette la filosofia estrema del suo fondatore: non esistono scadenze tradizionali perché la mentalità dominante è che ogni obiettivo avrebbe dovuto essere raggiunto “ieri”. La burocrazia è ridotta a zero e le nuove idee possono essere implementate istantaneamente se approvate direttamente da Musk. In questo contesto frenetico, la figura di Suleiman Gouri emerge come quella di un talento fuori dagli schemi, un “genio nerd” capace di costruire motori a razzo nel cortile di casa già da adolescente. Eppure, proprio la sincerità con cui ha raccontato questi processi sembra essergli costata il posto: poco dopo la diffusione delle sue dichiarazioni, Gouri ha annunciato la sua uscita dall’azienda, alimentando il dibattito sulla pressione e sulla segretezza che circondano la corsa globale verso l’intelligenza artificiale totale.

Di Fantasy