DATALAND ha aperto il 20 giugno 2026 nel complesso The Grand LA, progettato da Frank Gehry, nel centro di Los Angeles. Fondato dall’artista e media artist turco-americano Refik Anadol, il nuovo spazio si presenta come un museo dedicato alle arti generate o trasformate attraverso sistemi di intelligenza artificiale, con una superficie di circa 25.000 piedi quadrati, pari a oltre 2.300 metri quadrati, distribuita in cinque gallerie immersive.
L’esordio del museo è affidato a Machine Dreams: Rainforest, installazione ambientale che utilizza modelli generativi per elaborare grandi archivi di dati relativi agli ecosistemi tropicali. Il progetto combina immagini naturalistiche, registrazioni di richiami di uccelli, dati meteorologici e altri segnali ambientali raccolti in modo dichiaratamente autorizzato ed etico. Questi dataset non vengono esposti come semplici visualizzazioni scientifiche: diventano la materia di partenza di ambienti audiovisivi in costante trasformazione, nei quali forme, colori, suoni e movimento vengono generati e modificati in tempo reale.
Il nucleo tecnico dell’opera è il Large Nature Model, il sistema di AI sviluppato dallo studio Refik Anadol Studio per lavorare su archivi dedicati alla biodiversità e ai fenomeni naturali. Diversamente da un’installazione video tradizionale, nella quale le sequenze sono definite e riprodotte nello stesso ordine, il modello produce configurazioni visive dinamiche a partire dalle relazioni statistiche individuate nei dati. Il risultato non consiste quindi nella riproduzione fedele di una foresta o di un singolo luogo, ma in una rappresentazione sintetica e generativa di pattern, texture, comportamenti e trasformazioni associati agli ecosistemi analizzati.
La mostra utilizza una struttura multisensoriale. Le proiezioni ad alta definizione occupano le superfici dello spazio espositivo, mentre paesaggi sonori e componenti olfattive completano l’ambiente. I visitatori ricevono dispositivi indossabili che rilevano segnali biometrici e dati legati alla presenza e al movimento nello spazio. Queste informazioni entrano nel sistema interattivo dell’installazione e contribuiscono alla variazione degli elementi visivi e sonori, rendendo l’esperienza diversa tra una visita e l’altra.
L’interazione non è pensata come una serie di comandi espliciti dati a un’interfaccia. Il pubblico diventa invece una sorgente di dati contestuali: il modo in cui le persone attraversano l’ambiente, la densità dei visitatori, i parametri fisiologici rilevati dai sensori e le dinamiche di presenza possono influire sulle risposte dell’opera. In questo modo, il museo trasforma l’esposizione da sequenza fissa di contenuti in un sistema reattivo, nel quale la componente generativa viene alimentata sia dagli archivi ambientali sia dall’attività del pubblico.
DATALAND è stato progettato per funzionare come un’infrastruttura permanente e non come una mostra temporanea. L’idea è ospitare installazioni, programmi educativi, strumenti digitali e progetti di ricerca dedicati all’incontro tra AI, dati, arte e ambiente. Il museo dichiara inoltre di utilizzare un’impostazione a basse emissioni operative, collegando il tema della sostenibilità non soltanto ai soggetti rappresentati nelle opere, ma anche alla progettazione tecnica dell’esperienza espositiva.
Con Machine Dreams: Rainforest, Refik Anadol porta in uno spazio museale stabile un metodo già sperimentato in grandi installazioni pubbliche e in progetti come Unsupervised, ma con una maggiore attenzione ai dati ambientali e alla partecipazione fisica dei visitatori. Il modello non viene usato per generare immagini decorative su richiesta, ma come motore di un ambiente computazionale nel quale dataset naturalistici, sistemi di machine learning, sensori biometrici, audio spaziale e superfici di proiezione concorrono a costruire un’opera variabile e continuamente ricalcolata.
