Dal 3 luglio al 15 novembre 2026 l’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano ospita “AEGYPTUS – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana”, un progetto che unisce reperti archeologici, videoarte, ricostruzioni digitali e intelligenza artificiale per raccontare una parte meno conosciuta della presenza romana in Egitto. Il focus non è l’Egitto dei faraoni o delle grandi città del Nilo, ma il sistema di oasi e insediamenti del deserto occidentale, abitati e trasformati tra il I secolo a.C. e il V secolo d.C.
Il percorso ricostruisce un territorio che non era una periferia isolata dell’Impero, ma una rete di centri agricoli, militari, religiosi e commerciali collegati da vie carovaniere, pozzi, fortificazioni, acquedotti e sistemi di irrigazione. Le oasi costituivano nodi di produzione e scambio: da questi luoghi partivano merci come datteri, vino, olio, grano, cotone, lino e spezie, destinate alle città egizie e ai porti del Mediterraneo. La presenza romana si intrecciava con comunità egiziane, greche, persiane e beduine, dando origine a un ambiente caratterizzato da contaminazioni linguistiche, religiose e sociali.
La parte archeologica riunisce materiali provenienti dalle collezioni e dai depositi del Museo Nazionale Romano, insieme a opere recuperate dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. I reperti affrontano il rapporto tra Roma e l’Egitto attraverso oggetti legati alla vita quotidiana, ai culti, alle pratiche funerarie, all’artigianato e al collezionismo. Il percorso include anche un approfondimento sui falsi moderni e sul mercato antiquario, mostrando come l’interesse per l’Egitto abbia prodotto nel tempo non solo scambi culturali e oggetti autentici, ma anche imitazioni, riusi e falsificazioni.
Il nucleo immersivo della mostra è costruito attorno a un grande schermo curvo, sul quale si alternano tre narrazioni audiovisive. La prima è “AEGYPTUS”, un’opera di videoarte realizzata da Studio Convertino che utilizza ricostruzioni digitali, immagini in movimento, suoni e musica per restituire l’atmosfera delle oasi e dei siti desertici. L’attenzione non è concentrata soltanto sulle architetture, ma anche sui dettagli materiali meno immediatamente visibili: iscrizioni, superfici, tracce di colore, materiali costruttivi e segni lasciati dall’uso quotidiano degli spazi.
Il secondo racconto segue il lavoro delle missioni archeologiche italiane attive in Egitto, con immagini realizzate nei siti di Soknopaiou Nesos, Umm el-Dabadib, nella necropoli romana di Aswan e a Kom al-Ahmer. Il visitatore viene portato nei cantieri di scavo e nelle fasi di ricerca che permettono di trasformare strutture, frammenti, documenti e tracce ambientali in una ricostruzione storica. Il valore della parte audiovisiva sta proprio nel collegare l’oggetto esposto al processo scientifico che consente di interpretarlo, evitando di presentare il reperto come elemento isolato e privo di contesto.
L’intelligenza artificiale entra nella parte conclusiva del percorso con il cortometraggio “I Doni della Grande Oasi”, realizzato da Riccardo Boccuzzi con la consulenza scientifica delle archeologhe Paola Davoli e Corinna Rossi. Il film ricostruisce la vita di un’oasi del IV secolo d.C. attraverso lo sguardo di una bambina, mostrando mercati, templi, canali di irrigazione, fortificazioni, paesaggi agricoli e ambienti desertici. L’AI non viene utilizzata come sostituto della documentazione archeologica, ma come strumento di visualizzazione: le immagini generate servono a trasformare dati, rilievi, studi e ipotesi scientifiche in un racconto capace di rendere leggibili luoghi oggi lontani, frammentari o difficili da immaginare nella loro funzione originaria.
L’aspetto più interessante del progetto è il rapporto tra rigore storico e ricostruzione digitale. Le tecnologie immersive possono produrre immagini suggestive, ma nel contesto archeologico devono mantenere una distinzione chiara tra dato documentato, interpretazione scientifica e rappresentazione visiva. La mostra utilizza quindi videoarte e AI per avvicinare il pubblico a una realtà storica complessa, senza spostare il centro del racconto dalla ricerca ai soli effetti digitali.
“Aegyptus” mostra come l’intelligenza artificiale possa avere un ruolo utile anche nella valorizzazione del patrimonio culturale, soprattutto quando viene integrata in un processo guidato da archeologi, storici e specialisti. Il risultato non è una semplice ricostruzione spettacolare del passato, ma un modo per rendere visibili le connessioni tra insediamenti, commerci, pratiche religiose, infrastrutture e popolazioni che hanno reso le oasi egiziane una parte attiva del mondo romano.
