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La piattaforma di streaming musicale Spotify si trova al centro di una dinamica controversa e in rapida evoluzione, che vede gli artisti che scelgono di boicottare il servizio per motivazioni economiche e politiche essere progressivamente rimpiazzati da contenuti generati dall’intelligenza artificiale (AI). Questa tendenza sta trasformando radicalmente il panorama musicale digitale, sollevando interrogativi cruciali sul valore della creatività umana e sul futuro della fruizione musicale.

Molti artisti e band, spesso appartenenti alla scena indipendente o underground, hanno da tempo espresso frustrazione nei confronti del modello economico di Spotify, ritenuto insostenibile per la maggior parte dei musicisti. Le royalties per stream sono considerate insufficienti, portando alcuni a ritirare la propria musica in segno di protesta. La loro assenza, tuttavia, lascia inevitabilmente un vuoto nell’offerta della piattaforma, un vuoto che la stessa tecnologia sta rapidamente imparando a colmare.

L’intelligenza artificiale generativa sta emergendo come una soluzione pratica e, soprattutto, a basso costo per mantenere il catalogo di Spotify sempre fresco e vasto. I modelli di AI sono ormai in grado di produrre musica con una facilità e una velocità sorprendenti, imitando generi, stili e atmosfere con un’accuratezza sempre maggiore. Se un ascoltatore cerca un certo tipo di musica di sottofondo o un genere di nicchia, e la sua band preferita non è più disponibile, è sempre più probabile che l’algoritmo gli proponga un brano generato da un sistema di AI.

Questo meccanismo crea un circolo vizioso: il boicottaggio, inteso come strumento di pressione contro la piattaforma, finisce involontariamente per spianare la strada a una sua maggiore automatizzazione. Spotify si trova così in una posizione in cui può ridurre la sua dipendenza dagli artisti umani e dai loro costi di licenza, favorendo contenuti per i quali il modello di royalty è meno oneroso o del tutto inesistente.

La musica generata dall’AI non è ancora in grado di sostituire il carisma, la profondità emotiva o il contenuto concettuale delle opere dei grandi artisti, ma è perfettamente adeguata per riempire le playlist di sottofondo, la musica d’ambiente o quei generi di musica funzionale (come i suoni per la concentrazione o il sonno) dove l’originalità autoriale è meno essenziale.

Questo fenomeno solleva questioni etiche e legali complesse. Chi detiene i diritti d’autore sulla musica creata dall’AI? E quale sarà il ruolo economico dell’artista umano in un futuro dove la produzione musicale può essere quasi completamente automatizzata? Il rischio, per molti, è che il boicottaggio, pur nascendo da nobili intenzioni di giustizia economica, possa involontariamente accelerare l’obsolescenza della figura del musicista come professionista retribuito, trasformando la sua arte in un servizio di commodity facilmente sostituibile dalla macchina. La sfida per l’industria musicale non è più solo negoziare royalties eque, ma ridefinire il concetto stesso di valore e autorialità nell’era dell’AI.

Di Fantasy