Per decenni, costruire un data center ha significato fare sempre le stesse cose: trovare un terreno, allacciarsi alla rete elettrica, progettare un sistema di raffreddamento ad aria o ad acqua, e aspettare anni prima che l’impianto fosse operativo. Questo modello ha funzionato finché la domanda di calcolo cresceva a ritmi gestibili. Con l’esplosione dei carichi AI — training di modelli di grandi dimensioni, inferenza continua, elaborazione real-time — quella logica si è incrinata in modo strutturale, e l’industria sta cercando risposte in luoghi che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati fantascienza: l’oceano aperto.
Secondo l’analisi IEA del 2025, i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità nel 2024, pari a circa l’1,5% del totale globale, con proiezioni che portano questa cifra a circa 945 TWh entro il 2030. Non si tratta solo di un problema energetico: è un problema sistemico che tocca la disponibilità di terreni edificabili, la capacità delle reti di trasmissione, la scarsità di risorse idriche per il raffreddamento evaporativo e la complessità crescente dei permessi edilizi nelle aree metropolitane ad alta densità.
I data center galleggianti affrontano questi vincoli alla radice, spostando fisicamente l’infrastruttura là dove le risorse abbondano: sulle acque costiere e oceaniche. Aziende come Nautilus Data Technologies impiegano piattaforme su chiatte posizionate in porti o baie, utilizzando raffreddamento a circuito chiuso con acqua naturale e raggiungendo valori di PUE prossimi o inferiori a 1,15, con risparmi energetici dichiarati fino al 30% rispetto ai sistemi tradizionali dotati di chiller, ventilatori e torri evaporative.
La rimozione del sistema di raffreddamento attivo è il punto centrale da un punto di vista ingegneristico. In un data center convenzionale, il raffreddamento assorbe tra il 30 e il 40% del consumo elettrico totale. Sostituirlo con la circolazione di acqua marina — direttamente o attraverso scambiatori di calore — elimina quella quota di consumo e, nelle versioni più avanzate, consente di sfruttare il moto ondoso come fonte di generazione elettrica attraverso convertitori di energia del moto ondoso, dispositivi che trasformano l’energia cinetica delle onde in corrente tramite generatori lineari, sistemi idraulici o colonne d’acqua oscillanti.
Panthalassa, startup californiana con un team che include ingegneri provenienti da SpaceX, Tesla e NASA, ha raccolto 140 milioni di dollari con una valutazione vicina al miliardo, sviluppando nodi oceanici da 85 metri in acciaio solido che operano in autonomia energetica grazie alle onde, trasmettono dati via satellite e si muovono seguendo le correnti senza bisogno di propulsione attiva. Il modello è radicalmente diverso da qualsiasi precedente: non solo un data center che usa il mare come sistema di raffreddamento passivo, ma un’unità computazionale completamente off-grid, senza dipendenza dalla rete terrestre né per l’energia né per la connettività fisica.
