Con l’inasprirsi delle tensioni geopolitiche tra Europa e Stati Uniti, un tema che per anni era rimasto ai margini del dibattito politico sta improvvisamente diventando centrale: la sovranità tecnologica. In un contesto segnato da dichiarazioni sempre più aggressive che hanno sollevato preoccupazioni anche tra gli alleati, l’Europa sta iniziando a interrogarsi seriamente sulla propria dipendenza dalle tecnologie americane. Non si tratta più solo di una riflessione teorica o ideologica, ma di una questione che tocca direttamente l’economia, la sicurezza e la capacità stessa del continente di funzionare in uno scenario di crisi.
Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla sovranità tecnologica che mira a dare priorità alle soluzioni europee negli appalti pubblici e a promuovere una legislazione favorevole allo sviluppo di aziende cloud interne all’Unione. Parallelamente, la Commissione europea sta lavorando a nuove norme con l’obiettivo di rafforzare il controllo europeo sulle infrastrutture digitali strategiche. Solo pochi mesi fa, l’idea che la tecnologia americana potesse rappresentare un rischio per la sicurezza europea sarebbe sembrata estrema; oggi è diventata materia di discussione pubblica.
Il timore più concreto, evocato da diversi analisti, riguarda uno scenario in cui un ordine esecutivo statunitense possa limitare o bloccare l’accesso europeo a infrastrutture digitali essenziali come data center, servizi cloud o sistemi di posta elettronica. Bernard Rioto, partner del fondo Balderton Capital, ha sintetizzato bene questo cambio di prospettiva affermando che l’Europa è arrivata a un punto in cui deve chiedersi se sia in grado di funzionare senza tecnologia americana. Un’ipotesi difficile da immaginare, ma che oggi non può più essere ignorata.
Il paradosso è che questa presa di coscienza arriva in un momento di dipendenza senza precedenti. Secondo i dati di IDC, entro il 2024 le aziende europee avranno speso circa 25 miliardi di dollari nei servizi dei principali fornitori cloud statunitensi, in particolare Amazon, Google e Microsoft, che insieme controllano oltre l’80% del mercato europeo dell’infrastruttura cloud. Nicolas Dufourcq, amministratore delegato di Bpifrance, ha dichiarato apertamente che la scelta quasi automatica di software statunitense da parte delle grandi aziende europee deve finire, perché mina la capacità del continente di costruire alternative credibili.
Questo senso di ritardo è ancora più evidente se si guarda alla storia industriale europea. L’Europa è stata protagonista nell’era della telefonia mobile, con aziende come Nokia ed Ericsson, ma ha perso terreno nell’epoca di Internet, delle piattaforme digitali e, più recentemente, dell’intelligenza artificiale. A lungo si è attribuita questa difficoltà a una combinazione di fattori: una cultura imprenditoriale percepita come più avversa al rischio, un mercato unico frammentato e un quadro normativo complesso. Nonostante alcuni tentativi recenti di semplificazione, i progressi sono stati lenti e disomogenei.
La diffidenza verso la tecnologia americana non nasce oggi. Già nel 2013, le rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa avevano messo in crisi gli accordi transatlantici sul trasferimento dei dati. Nel 2018, una nuova legge statunitense che consentiva al governo di richiedere dati archiviati all’estero aveva riacceso le preoccupazioni. Tuttavia, in entrambi i casi, le Big Tech americane erano riuscite a rafforzare la propria posizione espandendo la presenza fisica dei data center in Europa e promettendo maggiori garanzie sul trattamento dei dati.
Negli ultimi anni, però, la strategia europea sembra essersi spostata da una visione di “disconnessione totale” a un approccio più pragmatico basato su controllo e possibilità di scelta. In Germania, Microsoft ha avviato una collaborazione con SAP e la sua controllata Delos Cloud per offrire servizi cloud sotto controllo tedesco. Amazon ha annunciato un cloud sovrano gestito da cittadini dell’Unione Europea, mentre Google ha sviluppato soluzioni analoghe in collaborazione con operatori locali in paesi come la Francia. L’obiettivo non è rinunciare alla tecnologia americana, ma garantire che, in caso di crisi, governi e istituzioni possano mantenere il controllo dei propri dati e dei servizi critici.
Questo equilibrio tra apertura e autonomia è emerso anche al World Economic Forum di Davos, dove Cathy Lee, direttrice del Centro per l’Eccellenza in IA, ha sottolineato che la sovranità tecnologica non dovrebbe tradursi in isolamento. Secondo questa visione, la soluzione più realistica non è l’autosufficienza totale, ma un’interdipendenza strategica fondata sulla cooperazione e sulla valorizzazione dei punti di forza di ciascun Paese.
Molti osservatori collegano queste dinamiche a quella che Mario Draghi ha definito una “crisi esistenziale europea” in un rapporto dello scorso anno. In questo contesto, segnali di cambiamento iniziano comunque ad emergere. Startup come Mistral AI stanno cercando di rompere il monopolio dell’intelligenza artificiale statunitense puntando sull’open source e su modelli più aperti e trasparenti, suggerendo che un’alternativa europea non è solo uno slogan politico, ma una possibilità concreta.
