Immagine AI

Negli ultimi mesi la competizione tra i grandi attori dell’intelligenza artificiale conversazionale si è spostata su un terreno meno visibile ma estremamente strategico: la continuità dell’esperienza utente. Non si tratta più solo di quale modello sia più potente o più fluido nella scrittura, ma di quanto sia facile per una persona spostarsi da una piattaforma all’altra senza perdere il valore accumulato nel tempo sotto forma di conversazioni, contesto e memoria. In questo scenario si inserisce la nuova funzionalità che Google starebbe sperimentando per Gemini, ovvero la possibilità di importare la cronologia delle chat provenienti da altri chatbot di intelligenza artificiale.

Secondo quanto emerso da analisi di versioni di test e segnalazioni interne, Google sta lavorando a una funzione denominata “importa chat AI”, pensata per consentire agli utenti di caricare in Gemini le conversazioni esportate da servizi di terze parti. L’idea è semplice, ma le implicazioni sono profonde: chi decide di abbandonare un altro assistente conversazionale non sarebbe più costretto a ripartire da zero, perdendo mesi o anni di dialoghi che spesso contengono informazioni di contesto, preferenze, stili di lavoro e ragionamenti complessi. In pratica, Google prova a eliminare uno dei principali attriti che frenano il cambio di piattaforma.

Il problema del “reset forzato” è ben noto a chi utilizza quotidianamente chatbot avanzati. Le conversazioni non sono solo scambi effimeri, ma diventano nel tempo una sorta di archivio cognitivo, un filo logico che collega domande, progetti, decisioni e revisioni successive. Cambiare strumento significa spesso sacrificare questo patrimonio invisibile. Consentire l’importazione della cronologia rappresenta quindi un tentativo diretto di attrarre utenti provenienti da ecosistemi concorrenti come OpenAI o Anthropic, offrendo una transizione più morbida e meno traumatica.

Dal punto di vista tecnico e strategico, però, la questione non è priva di zone d’ombra. Le conversazioni importate, così come quelle successive, verrebbero archiviate nella cronologia delle attività dell’utente e potrebbero essere utilizzate da Google per l’addestramento e il miglioramento dei propri modelli. Questo aspetto solleva inevitabilmente interrogativi sulla privacy e sulla gestione dei dati. Portare con sé anni di dialoghi significa anche trasferire informazioni potenzialmente sensibili, ragionamenti personali o dettagli professionali che erano stati condivisi in un contesto diverso, con regole e aspettative magari non identiche.

Il tema non è nuovo nel settore. Anthropic, ad esempio, ha già introdotto una forma di trasferimento della memoria lo scorso settembre, aggiungendo al suo chatbot Claude una funzione di importazione delle informazioni contestuali. In quel caso, però, l’approccio è stato più limitato: la memoria di Claude è progettata per apprendere modelli di lavoro e contesto generale, piuttosto che per conservare una cronologia dettagliata e altamente personalizzata delle conversazioni. Il tentativo di Google sembra invece orientato a una migrazione più ampia e diretta dei contenuti dialogici.

Parallelamente a questa funzione, sono emersi altri indizi interessanti sul futuro di Gemini. Nei menu di test è stata individuata una nuova categoria chiamata “Somiglianza”, che al momento rimanda a una pagina di verifica video priva di spiegazioni ufficiali. L’interpretazione più diffusa è che Google stia lavorando a strumenti di autenticazione o analisi dei contenuti video generati dall’intelligenza artificiale. Se confermata, questa direzione andrebbe letta come una risposta concreta al crescente problema dei deepfake e, più in generale, all’affidabilità dei media sintetici. In un ecosistema digitale sempre più saturo di contenuti generati artificialmente, la capacità di valutarne l’origine e la manipolazione diventa un fattore cruciale di fiducia.

Anche sul fronte della generazione di immagini sembrano esserci evoluzioni in arrivo. Le opzioni individuate nei test parlano di download in 4K, indicati come più adatti alla stampa, e in 2K, pensati per la condivisione online. Anche se non è ancora chiaro come queste impostazioni si collegheranno direttamente all’output dei modelli, il solo supporto a risoluzioni più elevate suggerisce una maggiore attenzione all’uso professionale e commerciale delle immagini generate con Gemini. Non si tratta solo di creare immagini belle da vedere, ma di renderle realmente utilizzabili in contesti editoriali, di marketing o di design.

Di Fantasy