L’intelligenza artificiale ha ormai varcato le soglie dei reparti ospedalieri e degli studi medici in molti Paesi d’Europa, offrendo strumenti capaci di leggere immagini radiologiche, supportare le diagnosi, alleggerire i carichi amministrativi e dialogare con i pazienti. Questo progresso, reale e tangibile, è oggetto di una prima grande analisi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per la Regione europea, che getta una luce complessa sullo stato di preparazione dei sistemi sanitari rispetto all’integrazione dell’IA in ambito clinico e gestionale.
Il report dell’OMS dal titolo Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO European Region rappresenta una fotografia dettagliata di come l’IA stia entrando nei servizi sanitari e, allo stesso tempo, dei limiti strutturali che ne accompagnano l’adozione. Dall’indagine emerge subito una contraddizione significativa: quasi tutti i 50 Paesi che hanno partecipato alla ricerca — su 53 nella Regione europea — considerano l’IA una priorità per migliorare la qualità delle cure, aumentare l’efficienza e ridurre la pressione sul personale sanitario. Tuttavia, soltanto una piccola minoranza ha sviluppato un’effettiva strategia nazionale dedicata specificamente all’intelligenza artificiale in sanità. La maggior parte degli Stati procede ancora con visioni generali sull’IA oppure include l’argomento all’interno di piani più ampi di sanità digitale, senza un documento di governance dedicato e coerente.
Questo quadro rivela una tensione tra la diffusione tecnologica — che in molti casi è già realtà — e la capacità dei sistemi sanitari di governare in maniera appropriata strumenti così potenti. L’adozione crescente di algoritmi per l’interpretazione di esami, l’assistenza vocale, i chatbot per il supporto ai pazienti e altri strumenti basati sull’IA testimonia chiaramente il potenziale che queste tecnologie possono avere nell’alleviare i carichi di lavoro e nel potenziare l’efficacia delle cure. Tuttavia, l’assenza di un quadro normativo chiaro, di regole di responsabilità e di standard uniformi espone al rischio di utilizzi acritici o incoerenti, mettendo in discussione la sicurezza clinica e la protezione dei diritti dei pazienti.
Un altro punto critico evidenziato dall’OMS riguarda le competenze del personale sanitario. L’uso efficace di strumenti basati sull’intelligenza artificiale richiede non soltanto familiarità con la tecnologia, ma anche un atteggiamento critico capace di valutare le risposte generate dagli algoritmi, comprenderne i limiti e integrarle adeguatamente nella pratica clinica. Eppure, la formazione sull’IA è ancora largamente insufficiente. Solo una minima parte dei Paesi coinvolti offre percorsi di formazione specifica per il personale già in servizio o ha introdotto contenuti sull’intelligenza artificiale nei percorsi formativi universitari. Anche la creazione di figure professionali dedicate all’IA e alla data science nei sistemi sanitari è ancora limitata, con meno della metà degli Stati che ha istituito ruoli chiari in questo ambito.
Il report pone inoltre l’accento su un altro aspetto cruciale: la partecipazione della società civile e degli stakeholder. Se da un lato molte nazioni hanno avviato consultazioni tecniche per discutere dell’uso dell’intelligenza artificiale in sanità, il coinvolgimento diretto dei pazienti e del pubblico più ampio resta marginale. Secondo l’OMS, questa mancanza può compromettere l’accettabilità sociale delle tecnologie, perché la fiducia del pubblico dipende dalla trasparenza, dalla chiarezza d’uso dei dati e dalla comprensione di come funzionano gli algoritmi nei processi decisionali che riguardano la salute.
Nonostante queste criticità, è interessante notare che l’IA non è un’idea remota o confinata ai laboratori: nelle realtà sanitarie europee buona parte dei Paesi già impiega strumenti di assistenza diagnostica automatizzata o sistemi di supporto al paziente. Le priorità dichiarate riflettono una comune aspirazione a usare l’IA per migliorare la qualità delle cure, ridurre il carico di lavoro degli operatori e aumentare l’efficienza complessiva dei sistemi sanitari, soprattutto in un momento in cui molte strutture affrontano la scarsità di personale e risorse.
In Italia, questo quadro europeo trova un riscontro nelle iniziative nazionali che, seppur ancora in fase sperimentale, mostrano un interesse crescente verso l’integrazione dell’IA nella sanità. Progetti come MIA — Medicina & Intelligenza Artificiale — promossi da Agenas nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, rappresentano un esempio concreto di come l’IA possa venire affiancata a percorsi clinici e assistenziali con l’obiettivo di supportare, non sostituire, la professionalità del medico. Il tema centrale resta infatti quello di utilizzare l’intelligenza artificiale per potenziare la prossimità delle cure, ridurre le disuguaglianze territoriali e garantire una qualità assistenziale più uniforme su tutto il territorio nazionale, in linea con le indicazioni di governance responsabile delineate dall’OMS.
L’analisi complessiva dell’OMS indica che l’Europa ha avviato un percorso di trasformazione in cui l’intelligenza artificiale può giocare un ruolo decisivo. Tuttavia, questo potenziale rischia di rimanere parzialmente inespresso se non si affronteranno con decisione alcune sfide centrali: definire quadri normativi chiari, investire in competenze, garantire trasparenza e coinvolgimento sociale, e sviluppare strategie nazionali dedicate. Il successo dell’adozione dell’IA in sanità non sarà misurato soltanto dalla sofisticazione delle tecnologie, ma dalla capacità dei sistemi sanitari di governarle in modo responsabile, etico e orientato al benessere dei cittadini, trasformando la promessa in valore reale per la salute pubblica.
