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Il dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione accompagna l’evoluzione tecnologica da decenni, ma negli ultimi mesi il tono delle analisi è cambiato in modo evidente. Non si parla più soltanto di automazione di alcune mansioni o di sostituzione graduale di specifici ruoli, bensì di una trasformazione strutturale del concetto stesso di lavoro. In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni di Roman Yampolsky, professore di informatica all’Università di Louisville e figura di riferimento nel campo della sicurezza dell’intelligenza artificiale, che in un’intervista ha delineato uno scenario molto più radicale rispetto a quello a cui eravamo abituati.

Secondo Yampolsky, l’intelligenza artificiale attuale non è semplicemente una nuova tecnologia paragonabile a quelle del passato, come l’automazione industriale o l’informatizzazione degli uffici. Il punto di rottura starebbe nel passaggio da sistemi utilizzati come strumenti a veri e propri agenti autonomi, capaci di svolgere attività con un livello di generalità e adattabilità simile a quello umano. In questa prospettiva emerge il concetto di “lavoro gratuito”, un’espressione che non si limita al lavoro cognitivo, ma include anche quello fisico, grazie ai progressi sempre più rapidi della robotica.

La differenza fondamentale, rispetto alle precedenti ondate tecnologiche, risiede nel fatto che l’intelligenza artificiale non si concentra su singole mansioni ben definite, ma sulle basi stesse delle attività cognitive. Questo significa che non viene automatizzato un compito isolato, bensì l’insieme delle capacità che permettono di svolgerne molti. Per questa ragione, secondo Yampolsky, i primi lavori a essere colpiti sono quelli interamente eseguibili da un computer, come la programmazione, la contabilità, la compilazione delle dichiarazioni fiscali o la progettazione web. Ma il passaggio successivo, reso possibile dall’integrazione tra IA e sistemi robotici, coinvolgerebbe anche il lavoro manuale, comprese attività che oggi vengono considerate relativamente al sicuro.

La previsione più controversa riguarda i tempi. Yampolsky sostiene che entro cinque anni sarà tecnicamente possibile automatizzare tutte le attività cognitive e una parte significativa del lavoro fisico. Una stima che entra in forte contrasto con le posizioni più rassicuranti di altre figure di spicco del settore tecnologico, come Jensen Huang, amministratore delegato di NVIDIA, e Yann LeCun, storico ricercatore ed ex chief scientist di Meta, secondo i quali l’intelligenza artificiale tenderà soprattutto a trasformare i lavori esistenti, creando nuove opportunità piuttosto che cancellarle.

Il punto critico, secondo Yampolsky, è che questa volta il meccanismo di compensazione che ha sempre accompagnato le rivoluzioni tecnologiche potrebbe non funzionare. In passato, la scomparsa di alcuni lavori è stata bilanciata dalla nascita di nuove professioni che richiedevano capacità esclusivamente umane. Oggi, però, non appena emerge un nuovo ruolo, l’intelligenza artificiale è potenzialmente in grado di apprenderlo e automatizzarlo in tempi estremamente rapidi. Anche quando l’uomo apre una strada in un settore ancora inesplorato, l’IA può seguirlo quasi immediatamente, rendendo effimera la finestra di esclusività umana.

Questo processo, tuttavia, non avverrà in modo lineare. Lo stesso Yampolsky riconosce che l’adozione dell’intelligenza artificiale sarà inizialmente frenata da fattori normativi, da problemi di responsabilità legale, dall’inerzia delle organizzazioni e da resistenze culturali. Ma questi ostacoli, nel lungo periodo, tenderanno a cedere sotto la pressione della concorrenza e della riduzione dei costi. Quando una tecnologia diventa sufficientemente affidabile e dimostra di poter aumentare la velocità operativa abbattendo le spese, le aziende difficilmente rinunciano ad adottarla.

Un passaggio chiave del ragionamento riguarda il momento in cui l’intelligenza artificiale smette di essere percepita come uno strumento opzionale e diventa un’infrastruttura fondamentale. In quella fase, rallentare non è più una scelta. La dipendenza genera radicamento: più un sistema viene integrato nei processi produttivi, più diventa difficile tornare indietro o introdurre pause, audit approfonditi o rollback completi. Secondo Yampolsky, questo aumenta inevitabilmente il rischio di perdere il controllo, perché la gestione del rischio passa da opzione prudenziale a costo competitivo non sostenibile.

Le implicazioni economiche di questo scenario sono enormi. Il boom attuale dell’intelligenza artificiale, secondo il professore, riflette già le aspettative di una futura sostituzione su larga scala della forza lavoro. Le valutazioni di alcune aziende di IA, che superano i 100 miliardi di dollari pur non avendo ancora modelli di business pienamente maturi, trovano senso se lette alla luce del potenziale di “manodopera gratuita” che queste tecnologie promettono. A differenza del lavoro umano, che ha un costo ricorrente, l’intelligenza artificiale beneficia della replicazione infinita e di un costo marginale prossimo allo zero: una volta sviluppato un sistema, copiarlo e distribuirlo ha un costo trascurabile.

Questo spiega anche perché il mercato, secondo Yampolsky, tende a sottovalutare la velocità del cambiamento. Quando la qualità di una tecnologia supera una certa soglia di usabilità, la sostituzione non avviene in modo graduale, ma improvviso. In quel momento, il valore del lavoro umano può diminuire più rapidamente di quanto il sistema economico e sociale riesca ad adattarsi, generando tensioni profonde.

Le parole di Yampolsky assumono un peso ancora maggiore se si considera il suo percorso accademico. È noto per aver introdotto già nel 2011 il concetto di “sicurezza dell’intelligenza artificiale” e per le sue posizioni fortemente critiche sui rischi esistenziali legati all’IA. La sua affermazione, diventata virale, secondo cui esisterebbe una probabilità del 99,9% che l’intelligenza artificiale possa causare l’estinzione dell’umanità entro i prossimi cento anni, va letta come un’estrema provocazione, ma anche come un invito a non sottovalutare la portata del cambiamento in corso.

Al di là delle previsioni più radicali, il messaggio centrale è chiaro: l’intelligenza artificiale non rappresenta solo un miglioramento incrementale degli strumenti di lavoro, ma una forza capace di ridefinire il rapporto tra tecnologia, economia e occupazione. Che si condivida o meno l’orizzonte più pessimista, diventa sempre più difficile ignorare il fatto che questa trasformazione, una volta avviata su larga scala, potrebbe essere molto più rapida e meno reversibile di quanto siamo abituati a immaginare.

Di Fantasy