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Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale si è insinuata in molteplici aspetti della vita quotidiana, diventando uno strumento sempre più accessibile e utilizzato per curiosità personale, per lavoro o per semplice intrattenimento. Tuttavia, una serie emergente di studi sta evidenziando un fenomeno che va indagato con attenzione: l’uso frequente di AI, soprattutto in contesti non legati al lavoro o allo studio, sembra associato a un aumento dei sintomi depressivi e di ansia tra chi ne fa uso regolare. Queste osservazioni non implicano necessariamente una relazione di causa-effetto chiara e definitiva, ma sollevano interrogativi importanti sul modo in cui l’interazione quotidiana con strumenti automatizzati incide sul benessere psicologico.

Uno degli studi più significativi pubblicati recentemente, basato su una vasta indagine su oltre 20.000 adulti negli Stati Uniti, ha trovato che le persone che usano l’intelligenza artificiale generativa ogni giorno presentano una probabilità significativamente più alta di segnalare sintomi depressivi di entità moderata rispetto a chi non la utilizza frequentemente. Nell’ambito di questa analisi, condotta attraverso questionari standardizzati, l’associazione si è rivelata più marcata tra coloro che usavano AI per motivi personali, come conversazioni o ricerche non legate al lavoro, piuttosto che per attività legate a lavoro o studio, evidenziando così come il contesto e le motivazioni d’uso influiscano sul profilo di rischio psicologico.

I dati mostrano che l’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale è associato a un aumento non trascurabile dei punteggi di depressione nei questionari clinici, con un incremento della probabilità di sperimentare almeno sintomi depressivi di livello moderato di circa il 30 % rispetto a chi non utilizza questi strumenti così spesso. Questi risultati emergono anche da indagini simili svolte su campioni internazionali e confermano, con pattern coerenti, che non è tanto l’intelligenza artificiale in sé a rappresentare un fattore di rischio, ma piuttosto il modo e la frequenza con cui le persone interagiscono con essa nel proprio tempo libero.

È importante sottolineare però come gli autori stessi di queste ricerche invitino alla cautela nell’interpretazione dei risultati: non è ancora possibile stabilire con certezza se sia l’uso intenso dell’AI a causare disagio psicologico oppure se chi già soffre di sintomi di depressione o ansia tenda a cercare più frequentemente conforto o informazioni tramite AI. Questa indeterminatezza, tipica delle ricerche osservazionali, richiede ulteriori studi a lungo termine e sperimentali per chiarire la direzione delle relazioni osservate.

Altre ricerche correlate hanno aggiunto ulteriori sfumature a questo quadro, mostrando che lo stress tecnologico — definito come la pressione e l’ansia percepita nel gestire tecnologie complesse come l’AI — può essere collegato sia all’ansia sia ai sintomi depressivi. In questi studi si sottolinea come la rapida adozione di tecnologie intelligenti, soprattutto se vissuta senza adeguate competenze o senza un equilibrio tra uso e distacco, possa generare una sensazione di inefficacia, perdita di controllo o sovraccarico cognitivo.

Questi risultati, che si sommano alle crescenti osservazioni sul legame tra uso intensivo di schermi digitali e salute mentale, invitano a riflettere sul fatto che l’equilibrio nell’interazione con la tecnologia è cruciale per il benessere complessivo. In modo analogo a quanto accade con l’uso estremo dei social network o del “doomscrolling”, dove l’esposizione continua può peggiorare il tono dell’umore o alimentare ansia e preoccupazione, l’impiego quotidiano di AI nello spazio personale potrebbe amplificare sensazioni di isolamento, inadeguatezza o dipendenza.

Al tempo stesso, è necessario ricordare che l’intelligenza artificiale non è intrinsecamente negativa per la salute mentale: molti progetti in ambito clinico e psicologico utilizzano chatbot e strumenti basati su modelli AI per supportare la gestione di ansia e depressione, monitorare sintomi o promuovere interventi psicosociali, con risultati positivi in contesti specifici e sotto la supervisione di professionisti della salute mentale.

La chiave, quindi, non è demonizzare l’intelligenza artificiale, ma comprenderne le dinamiche d’uso e i potenziali effetti collaterali quando diventa una costante della vita quotidiana senza una consapevolezza critica. Gli esperti suggeriscono che, oltre ad approfondire le ricerche, sia importante promuovere un utilizzo consapevole dell’AI, integrandolo con momenti di distacco digitale, supporto sociale reale e, quando appropriato, l’intervento di professionisti della salute mentale. In questo modo, si possono cogliere i benefici che queste tecnologie offrono senza sottovalutare il complesso rapporto tra mente umana e strumenti sempre più sofisticati che la circondano.

Di Fantasy