Durante la stagione delle lauree universitarie negli Stati Uniti, diversi dirigenti del settore tecnologico sono stati contestati pubblicamente dagli studenti nel momento stesso in cui hanno iniziato a parlare di intelligenza artificiale. Gli episodi stanno attirando attenzione perché mostrano un cambiamento significativo nella percezione sociale dell’AI da parte della Generazione Z, soprattutto tra i giovani che stanno entrando in un mercato del lavoro sempre più instabile e fortemente influenzato dall’automazione.
Uno dei casi più discussi ha coinvolto Eric Schmidt, ex CEO di, durante il suo discorso all’Università dell’Arizona. Quando ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale e delle paure associate ai cambiamenti tecnologici, parte degli studenti ha reagito con fischi e contestazioni immediate. La situazione si è ripetuta anche in altre università statunitensi, compresa la University of Central Florida, dove Gloria Caulfield di Tavistock Development è stata interrotta mentre definiva l’AI “la prossima rivoluzione industriale”. Reazioni simili si sono verificate anche durante un intervento di Scott Borchetta, CEO di Big Machine Records, che ha cercato di ridimensionare il problema definendo l’intelligenza artificiale semplicemente “uno strumento”.
Il dato interessante è che le contestazioni non sembrano derivare soltanto da un rifiuto ideologico della tecnologia, ma da una crescente frattura tra il linguaggio ottimistico della Silicon Valley e la percezione concreta dei giovani che si affacciano sul mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, infatti, l’intelligenza artificiale è ormai associata quotidianamente a ristrutturazioni aziendali, automazione professionale e riduzione delle opportunità occupazionali, soprattutto nei settori entry-level tradizionalmente accessibili ai neolaureati.
Secondo diversi osservatori, il problema non è semplicemente “l’AI”, ma il modo in cui viene raccontata. Molti discorsi pubblici sull’intelligenza artificiale continuano a presentare il cambiamento tecnologico come inevitabile, rapido e necessario, utilizzando formule retoriche legate all’adattamento continuo e alla necessità di “tenere il passo”. Per una parte crescente della Generazione Z, però, questo linguaggio viene percepito meno come una visione positiva del futuro e più come una pressione aggiuntiva in un contesto economico già precario.
Alcuni dati citati dai media statunitensi mostrano un deterioramento della fiducia dei giovani nei confronti dell’AI. Un sondaggio condotto su persone tra i 14 e i 29 anni ha evidenziato un calo delle aspettative positive verso l’intelligenza artificiale e un aumento parallelo delle emozioni negative, inclusa la rabbia. Questo cambiamento riflette probabilmente l’impatto della crescente esposizione mediatica ai licenziamenti collegati all’automazione, all’utilizzo dell’AI nei processi aziendali e alla trasformazione accelerata delle professioni cognitive.
La reazione relativamente più favorevole ottenuta da Jensen Huang di durante la cerimonia della Carnegie Mellon University suggerisce inoltre che il problema non dipenda soltanto dalla presenza del tema AI, ma anche dal rapporto percepito tra il relatore, l’università e il contesto professionale degli studenti coinvolti. In ambienti maggiormente orientati alle discipline STEM e all’industria tecnologica, l’intelligenza artificiale continua infatti a essere vista anche come opportunità di crescita professionale e innovazione.
Il confronto con la Corea del Sud evidenzia ulteriormente quanto la percezione dell’AI dipenda dal contesto economico e occupazionale locale. Negli Stati Uniti, dove le aziende stanno già implementando automazione su larga scala, la narrativa dominante tende ad associare l’intelligenza artificiale alla sostituzione del lavoro umano. In Corea, invece, il dibattito è ancora fortemente legato all’idea che la competitività individuale e nazionale dipenda dalla capacità di adottare rapidamente queste tecnologie.
Questi episodi mostrano anche una trasformazione più ampia del significato stesso dei discorsi di laurea. Tradizionalmente centrati su ambizione, resilienza e opportunità future, stanno progressivamente diventando occasioni in cui dirigenti e aziende cercano di preparare simbolicamente i giovani a un’economia dominata dall’intelligenza artificiale. Tuttavia, per molti studenti, soprattutto in un momento di forte incertezza professionale, questo tipo di messaggio rischia di essere percepito non come incoraggiamento, ma come l’ennesimo promemoria della fragilità del proprio futuro lavorativo.
