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Negli ultimi mesi, nella Silicon Valley, sta emergendo con sempre maggiore forza un cambiamento culturale e professionale che riguarda direttamente il modo in cui le startup selezionano gli ingegneri. Non si tratta soltanto di una nuova moda linguistica o di un’etichetta accattivante, ma di una trasformazione profonda delle aspettative nei confronti di chi lavora nello sviluppo software. Al centro di questo cambiamento c’è il cosiddetto Vibe Coding, un approccio che fa largo uso degli strumenti di intelligenza artificiale per scrivere codice, prototipare prodotti e costruire rapidamente nuove soluzioni. Proprio questa diffusione capillare dell’AI nello sviluppo ha però alzato l’asticella, spingendo molte startup a cercare figure sempre più rare e complete.

Secondo quanto riportato dal quotidiano tecnologico The Information, oggi non basta più saper programmare o avere familiarità con i linguaggi più diffusi. Le aziende cercano sempre più spesso quello che viene definito un cracked engineer, un termine gergale che arriva dal mondo dei videogiochi e che indica qualcuno di “follemente bravo”, quasi un “mostro” di competenza e produttività. In questo contesto, il Vibe Coding non è visto come una scorciatoia per chi ha meno competenze, ma come uno strumento potente che richiede, paradossalmente, una conoscenza tecnica ancora più profonda per essere sfruttato davvero bene.

L’intelligenza artificiale ha reso possibile scrivere codice anche a chi non ha una formazione ingegneristica tradizionale, ma proprio per questo motivo gli sviluppatori professionisti sono chiamati a fare un salto di qualità. Devono essere in grado di guidare l’AI, riconoscere errori sottili nel codice generato automaticamente, comprendere le implicazioni architetturali e di sicurezza e intervenire quando qualcosa non funziona come dovrebbe. In altre parole, non è sufficiente “sentire la vibrazione giusta” e lasciar fare alla macchina: serve una mente tecnica solida, capace di dominare strumenti sempre più potenti.

Il concetto di cracked engineer va però oltre la semplice abilità di usare bene l’AI. Le startup della Silicon Valley, soprattutto quelle nelle fasi iniziali, cercano persone estremamente versatili, in grado di occuparsi da sole di ambiti molto diversi, che vanno dall’apprendimento automatico all’infrastruttura cloud, passando per il backend, il frontend e l’ottimizzazione dei sistemi. Questi ingegneri devono essere così produttivi da riuscire, con strumenti come Cloud Code o Cursor, a svolgere in tempi rapidissimi il lavoro che un tempo avrebbe richiesto un intero team di dieci o quindici persone. A questo si aggiunge una capacità di immersione totale nel lavoro, una dedizione che sfuma spesso in una vera e propria ossessione positiva per il problema da risolvere.

Non è la prima volta che il settore tecnologico conia etichette di questo tipo. Negli anni Dieci si parlava molto del cosiddetto “10x engineer”, una figura mitica che prometteva una produttività dieci volte superiore alla media. All’epoca, però, questo termine si riferiva soprattutto a ingegneri più maturi, spesso trentenni o quarantenni, che operavano all’interno di grandi aziende come Google e contribuivano a migliorare sistemi complessi già esistenti. Gli ingegneri “cracked” di oggi, invece, sono spesso ventenni appartenenti alla Generazione Z, attratti dalla velocità, dalla fatica e dall’adrenalina di costruire qualcosa da zero in una startup, piuttosto che dalla stabilità e dal comfort di una grande corporate.

Questo fenomeno è anche una reazione indiretta al Vibe Coding stesso. Se la programmazione assistita dall’AI abbassa la barriera d’ingresso, allora il vero valore si sposta sulla capacità di dialogare in modo efficace con l’intelligenza artificiale. Chi non ha basi solide rischia di diventare dipendente da output che non comprende fino in fondo, mentre chi possiede una competenza profonda può usare l’AI come moltiplicatore delle proprie capacità. È in questo spazio che nasce la figura dell’ingegnere incallito, capace di correre molto più veloce degli altri senza perdere il controllo.

A questa trasformazione tecnica si affianca anche una rinascita di una cultura del lavoro estremamente intensa. In molte conversazioni tra fondatori della Silicon Valley ricompare l’idea del lavoro come passione totale, al di là degli orari e delle convenzioni. Si parla apertamente di ritmi come il “9-9-6”, ovvero lavorare dalle nove del mattino alle nove di sera, sei giorni a settimana. Non tanto come imposizione esterna, quanto come scelta volontaria di persone che trovano autentico piacere nel risolvere problemi complessi e nel vedere un prodotto prendere forma rapidamente.

Questo aspetto emerge chiaramente anche dalle dichiarazioni di alcuni imprenditori. James Hawkins, CEO di PostHog, ha descritto l’ingegnere “cracked” come una persona profondamente autentica, talmente concentrata sul proprio lavoro da non preoccuparsi di politica, immagine personale o formalità sociali. In questa visione, il lavoro parla da solo e diventa il principale mezzo di espressione dell’individuo. Non sorprende quindi che il termine “ingegnere incallito” abbia iniziato a circolare sempre più spesso sui social media e che compaia ormai anche negli annunci di lavoro su piattaforme come LinkedIn, spesso accompagnato da meme che oscillano tra ammirazione e ironia.

Alla base di tutto questo c’è una convinzione sempre più diffusa: grazie al Vibe Coding e agli strumenti di intelligenza artificiale, anche una startup composta da una sola persona o da un team minuscolo potrebbe, almeno in teoria, crescere rapidamente fino a diventare un’azienda unicorno. Alcune realtà lo dimostrano indirettamente. La startup di robotica Gradient, ad esempio, ha raccontato di aver intervistato diversi stagisti ingegneri, per poi rinunciare ad assumerli perché nessuno rispondeva agli standard estremamente elevati che il team stava cercando. L’obiettivo dichiarato era trovare un ingegnere davvero “provato”, capace di fare la differenza in modo immediato.

Anche Ron Arrell, CEO di Intology, ha sottolineato come l’asticella sia destinata ad alzarsi ancora, perché un piccolo gruppo di persone altamente dedicate e competenti, supportate dall’AI, può oggi ottenere risultati che in passato richiedevano squadre molto più numerose. Questa visione, tuttavia, non è condivisa senza riserve da tutti. Alcuni esperti mettono in guardia dal rischio di mitizzare troppo la figura dell’ingegnere geniale, come se potesse risolvere da solo qualsiasi problema aziendale.

Kelsey Bishop, recruiter specializzata in startup tecnologiche, ha osservato che molti fondatori finiscono per affidarsi a un ingegnere di talento come soluzione temporanea a una mancanza più profonda, ovvero l’assenza di una visione chiara su cosa costruire. Anche Didi Das, partner di Menlo Ventures, ha criticato l’immagine stereotipata dell’ingegnere brillante ma asociale, ricordando che i leader tecnologici di maggior successo sono spesso persone comunicative, capaci di lavorare in squadra e di costruire relazioni. In definitiva, il mondo delle startup non è un gioco solitario, e neppure l’ingegnere più “cracked” può prescindere da una visione condivisa e da un contesto organizzativo sano.

Quello che emerge, quindi, è un quadro complesso e sfaccettato. Da un lato, l’intelligenza artificiale e il Vibe Coding stanno ridisegnando radicalmente il modo di sviluppare software e di costruire aziende. Dall’altro, questa stessa trasformazione sta rendendo il mercato del lavoro tecnologico più esigente, selettivo e, in certi casi, spietato. La figura dell’ingegnere incallito è il simbolo di questa fase: una miscela di competenza tecnica profonda, produttività estrema e dedizione totale. Resta aperta la domanda se questo modello sia sostenibile nel lungo periodo o se rappresenti solo una fase transitoria, figlia dell’entusiasmo e delle pressioni di un settore in rapida evoluzione.

Di Fantasy