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Nel cuore di Recanati, nelle Marche, una classe di quinta superiore ha trasformato un chatbot tradizionale in qualcosa di completamente nuovo, dando vita a BubBleBee, un’intelligenza artificiale capace di parlare lo slang giovanile, cogliere sfumature emotive e interagire con ironia e spontaneità tipiche della comunicazione quotidiana tra ragazzi. È un esperimento di tecnologia e creatività che ha catturato l’attenzione agli Stati Generali della Scuola Digitale di Bergamo e dimostra come l’intelligenza artificiale possa essere modellata non solo per rispondere a domande, ma per comprendere e rispecchiare il modo in cui le persone reali — in questo caso gli adolescenti — si esprimono e si relazionano tra loro.

Il progetto è nato dall’idea che un AI utile nella vita di tutti i giorni non debba limitarsi al tono enciclopedico e distaccato tipico dei modelli di linguaggio standard, ma possa “parlare la lingua” di chi la usa. Gli studenti dell’istituto IIS “E. Mattei” di Recanati, con la guida dei docenti universitari Emanuele Frontoni e Giorgio Cipolletta, hanno deciso di insegnare a ChatGPT a interpretare non solo termini e frasi dello slang giovanile, come “maranza”, “in sbatti” o “cringe”, ma anche a riconoscere lo stato d’animo di chi chiede aiuto e a rispondere con empatia, ironia o leggerezza secondo il contesto emotivo rilevato.

Il risultato di questo percorso non è una semplice mappa di parole alla moda, ma un sistema che sa distinguere sfumature emotive complesse e adeguare il tono della conversazione di conseguenza. Utilizzando strumenti come la Retrieval-Augmented Generation (RAG) per fornire esempi concreti di conversazioni reali e glossari di slang, insieme a “metaprompt” scritti dagli studenti per guidare il comportamento del modello, BubBleBee può suggerire riferimenti culturali, piccoli consigli, espressioni ironiche o semplicemente reagire in modo empatico quando rileva frustrazione o negatività. In questo modo la chat diventa un’esperienza dinamica e personale, capace di costruire un dialogo che rispecchia la realtà linguistica e culturale di chi la utilizza, senza scadere in risposte banali o generiche.

Ciò che rende unico BubBleBee non è solo la sua capacità di parlare come un giovane — con “Yooo brooo!” ed espressioni di uso comune — ma anche il modo in cui il progetto è stato concepito come un percorso educativo. Gli studenti hanno applicato il Design Thinking per partire dai bisogni concreti dei loro coetanei, integrando concetti psicologici come la ruota delle emozioni di Plutchik per insegnare al chatbot a distinguere tra “mood chill” o “vibes negative” e collegare questi stati d’animo a esperienze sensoriali come playlist musicali su Spotify o persino cambiamenti cromatici di luci LED legate alle emozioni percepite.

Questa interfaccia conversazionale capace di “sentire” e rispondere con tono giovanile ha anche un altro effetto inatteso: diventa uno strumento di mediazione culturale tra generazioni. Mentre molti adulti si trovano sempre più spaesati davanti a termini come FOMO, drop o stirato, BubBleBee funge da sorta di Stele di Rosetta, aiutando genitori e insegnanti a decodificare uno slang che spesso appare criptico o incomprensibile. Espressioni che per i giovani hanno un significato immediato e ricco di sfumature possono così essere comprese anche da chi appartiene a un’altra generazione, creando un ponte comunicativo tra mondi linguistici diversi.

La progettazione di BubBleBee ha dimostrato anche che l’intelligenza artificiale non deve essere percepita come una “scatola nera” distante, ma può diventare un materiale da plasmare, qualcosa da modellare in base alle esigenze, alla cultura e all’emotività degli utenti reali. In un’epoca in cui si teme che l’AI renda le persone passive o subordinate, gli studenti di Recanati hanno scelto di vedere la tecnologia come uno strumento da personalizzare, uno specchio che riflette la vivacità, l’ironia e la complessità delle relazioni umane piuttosto che un semplice fornitore di risposte preconfezionate.

Il nome stesso, BubBleBee, richiama questa filosofia: un richiamo leggero al robot Bumblebee dei Transformers, mescolato all’idea delle bolle — simbolo di leggerezza — e a un accenno alla tutela delle api, creature indispensabili all’equilibrio dell’ecosistema. Più che un chatbot, dunque, BubBleBee rappresenta una nuova frontiera nel rapporto tra giovani e intelligenza artificiale, in cui tecnologia e linguaggio si incontrano per dare vita a uno strumento capace di comprendere le emozioni, parlare la lingua dei suoi utenti e facilitare un dialogo più autentico e coinvolgente tra persone di generazioni diverse.

Di Fantasy