L’attuale dibattito sulla competitività tecnologica globale ha assunto toni critici in seguito alle recenti dichiarazioni di Peter Steinberger, figura di spicco nel panorama dell’intelligenza artificiale e creatore di OpenClaw. La sua decisione di lasciare il continente europeo per unirsi a OpenAI negli Stati Uniti è diventata il simbolo di una “fuga dei cervelli” motivata non solo da ragioni economiche, ma da profonde divergenze strutturali e culturali. Secondo l’analisi di Steinberger, l’ecosistema europeo soffre di un eccesso di regolamentazione che, pur nascendo con l’intento di tutelare diritti e responsabilità, finisce per agire come un freno inibitore per l’innovazione dirompente, spingendo i talenti tecnici verso mercati dove l’entusiasmo per la sperimentazione prevale sui vincoli burocratici.
Il cuore della critica risiede nella discrepanza tra le culture aziendali. Negli Stati Uniti, modelli operativi come quello di OpenAI prevedono ritmi di lavoro intensivi, spesso estesi a sei o sette giorni settimanali, supportati da pacchetti retributivi e incentivi azionari estremamente competitivi. Tali accordi, pur essendo alla base della rapidità di esecuzione delle big tech americane, risultano legalmente impraticabili in Europa a causa di normative sul lavoro rigide che, se da un lato garantiscono un elevato standard di benessere sociale, dall’altro limitano la flessibilità necessaria per scalare startup in settori ad alta velocità come l’IA. Questo scontro tra tutela del lavoratore e competitività industriale è uno dei fattori principali che impedisce la nascita di colossi tecnologici sul suolo europeo paragonabili alle realtà della Silicon Valley.
I dati sulla capitalizzazione di mercato evidenziano la portata di questo divario. Mentre l’Europa vanta come azienda tecnologica di maggior valore l’olandese ASML, leader nei sistemi di litografia per semiconduttori con una valutazione di circa 550 miliardi di dollari, gli Stati Uniti ospitano dieci aziende che superano la soglia del trilione di dollari, molte delle quali operanti nel settore software e dei servizi digitali. La frammentazione dei mercati nazionali europei aggrava ulteriormente la situazione: ogni stato membro mantiene sistemi legali e amministrativi distinti, obbligando le startup a navigare tra 27 regimi normativi diversi per espandersi a livello continentale. Al contrario, il mercato statunitense offre un quadro omogeneo che permette una crescita rapida e lineare.
Di fronte a queste sfide, il rapporto sulla competitività europea pubblicato nel 2024, coordinato da Mario Draghi, ha tracciato una rotta per riforme profonde, ma l’attuazione pratica alla fine del 2025 è rimasta limitata. Steinberger sottolinea come il dibattito politico tenda a ristagnare a causa di interessi nazionali che rallentano l’integrazione. Tuttavia, esiste uno spiraglio di ottimismo legato all’iniziativa “EU INC”, nota anche come il “28° regime”. Questo progetto mira a istituire una forma societaria paneuropea unica e digitalizzata, che consentirebbe alle imprese di operare in tutta l’Unione sotto un unico quadro giuridico standardizzato. L’obiettivo è armonizzare i processi di investimento e i piani di partecipazione azionaria dei dipendenti (ESOP), riducendo i costi legali e semplificando l’accesso ai capitali di rischio internazionali.
