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L’ingresso dell’intelligenza artificiale generativa nei flussi quotidiani di lavoro sta producendo effetti che vanno ben oltre l’efficienza operativa, arrivando a toccare direttamente il perimetro legale e probatorio. Il caso emerso negli Stati Uniti segna un passaggio particolarmente delicato: le conversazioni con chatbot basati su AI possono essere acquisite e utilizzate come prove in tribunale, con conseguenze concrete per individui, aziende e professionisti.

La vicenda che ha attirato maggiore attenzione riguarda una decisione di un tribunale federale di New York, dove il giudice Jed Rakoff ha ordinato la consegna di decine di conversazioni tra un imputato e il chatbot sviluppato da Anthropic, noto come Claude. L’imputato aveva sostenuto che tali conversazioni fossero coperte dal privilegio avvocato-cliente, in quanto utilizzate per preparare una difesa legale. Tuttavia, la corte ha stabilito un principio destinato ad avere effetti di lungo periodo: un sistema di intelligenza artificiale non è un avvocato e, di conseguenza, le informazioni condivise con esso non possono essere considerate riservate secondo le norme tradizionali.

Questo passaggio chiarisce un aspetto tecnico e giuridico fondamentale. Il privilegio avvocato-cliente, pilastro dei sistemi legali occidentali, si basa su una relazione fiduciaria tra due soggetti umani, regolata da obblighi professionali e deontologici. Quando l’informazione viene inserita in una piattaforma AI, soprattutto se basata su infrastrutture cloud, si rompe questo presupposto. Il dato non è più confinato in una relazione protetta, ma entra in un sistema tecnologico che, per sua natura, può essere accessibile, registrato o richiesto in sede giudiziaria.

Questa trasformazione è legata al modo in cui funzionano i sistemi AI. Le interazioni con chatbot non sono semplici conversazioni effimere, ma input strutturati che possono essere memorizzati, loggati e, in alcuni casi, utilizzati per migliorare i modelli. Anche quando i provider dichiarano politiche di privacy restrittive, il fatto stesso che i dati transitino su infrastrutture esterne introduce un elemento di esposizione che il diritto tradizionale non aveva previsto.

L’impatto di questa interpretazione è stato immediato nel settore legale. Numerosi studi negli Stati Uniti hanno iniziato a modificare le proprie policy interne e i contratti con i clienti, introducendo clausole esplicite che vietano o limitano l’uso di chatbot per la condivisione di informazioni sensibili. Alcuni studi, come quello newyorkese Tremonte, hanno chiarito che l’utilizzo di sistemi AI pubblici per discutere questioni legali può invalidare il segreto professionale, suggerendo l’uso esclusivo di ambienti chiusi e controllati.

La distinzione tra sistemi aperti e sistemi “chiusi” è centrale anche dal punto di vista tecnologico. Le soluzioni on-premise o comunque isolate consentono di mantenere il controllo sui dati e ridurre il rischio di esposizione, mentre le piattaforme pubbliche introducono variabili difficilmente gestibili. In ambito aziendale, questo si traduce in una scelta architetturale: utilizzare servizi AI esterni con maggiore flessibilità oppure investire in infrastrutture interne con un controllo più elevato.

Tuttavia, il quadro giuridico non è ancora uniforme. Nello stesso periodo, un tribunale del Michigan, con una decisione del giudice Anthony Patti, ha adottato un’interpretazione diversa, stabilendo che le conversazioni con sistemi come ChatGPT possono essere considerate materiale di lavoro personale e quindi non necessariamente soggette a divulgazione. In questo caso, il chatbot è stato trattato come uno strumento, non come un soggetto terzo che rompe la riservatezza.

Questa divergenza evidenzia una fase di transizione normativa. I tribunali stanno cercando di adattare categorie giuridiche esistenti a tecnologie che non erano previste al momento della loro definizione. Il risultato è un quadro frammentato, in cui decisioni diverse possono emergere in contesti simili, creando incertezza per gli operatori.

Un ulteriore elemento di complessità emerge quando le conversazioni con l’AI vengono utilizzate come prova indiretta di comportamenti aziendali. Il caso che coinvolge la società Krafton, mostra come l’uso di chatbot possa essere interpretato come indicativo di intenti o strategie aziendali. In quel caso, un tribunale del Delaware ha considerato rilevanti discussioni interne che coinvolgevano l’uso di AI per valutare pratiche contrattuali, arrivando a configurare una possibile violazione intenzionale. Anche se l’azienda ha negato l’utilizzo del chatbot in quel contesto, il solo fatto che tali conversazioni possano essere considerate in giudizio rappresenta un cambio di paradigma.

Le interazioni con l’AI, spesso percepite come private o informali, possono assumere valore probatorio e diventare parte di contenziosi legali. Questo vale non solo per il settore legale, ma anche per ambiti come la gestione delle risorse umane, la pianificazione strategica e le trattative commerciali.

La questione si intreccia con il tema più ampio della governance dei dati. Le aziende devono iniziare a trattare le conversazioni con chatbot come documenti potenzialmente sensibili, al pari di email o report interni. Questo implica la necessità di definire policy chiare, sistemi di controllo e formazione del personale, per evitare utilizzi impropri o inconsapevoli.

Di Fantasy