La Cina sta cercando di affrontare l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro con una strategia che non punta soltanto alla crescita del settore tecnologico, ma alla creazione di nuove professioni, alla riqualificazione dei lavoratori e al mantenimento dell’occupazione nei comparti più esposti all’automazione. Il tema è particolarmente rilevante nel 2026, anno in cui circa 12,7 milioni di laureati entrano nel mercato del lavoro cinese, mentre imprese manifatturiere, piattaforme digitali e servizi stanno accelerando l’adozione di sistemi AI, robotica e automazione avanzata.
Il piano nazionale sull’occupazione per il periodo 2026-2030 adotta un principio preciso: la modernizzazione industriale deve essere accompagnata da nuove opportunità professionali e non limitarsi a sostituire mansioni esistenti. Il Consiglio di Stato ha indicato tra gli obiettivi la stabilità dell’occupazione, l’aumento delle opportunità di lavoro, il miglioramento dell’incontro tra competenze disponibili e domanda delle imprese e il rafforzamento della formazione professionale. La strategia riguarda in particolare i settori emergenti, i servizi, la manifattura e le attività ad alta intensità di lavoro, dove l’intelligenza artificiale può modificare rapidamente ruoli, competenze richieste e organizzazione dei processi.
Nel manifatturiero, l’indicazione rivolta alle imprese che introducono sistemi AI è di privilegiare la riqualificazione del personale coinvolto invece di procedere direttamente con riduzioni dell’organico. L’automazione viene quindi collegata alla necessità di creare nuove mansioni dedicate alla supervisione dei sistemi, alla manutenzione, alla gestione dei dati, al controllo qualità e all’integrazione tra attività umane e macchine. Questo approccio punta a evitare che l’aumento di produttività ottenuto con l’AI produca una riduzione immediata dei posti di lavoro, soprattutto nei settori in cui la trasformazione digitale può sostituire attività ripetitive ma non l’intero processo produttivo.
La creazione di nuove professioni è una delle leve centrali della politica cinese. Il Ministero delle Risorse umane e della Previdenza sociale ha annunciato il riconoscimento di dodici nuovi mestieri, tra cui ingegneri dei gemelli digitali, tecnici dei robot a intelligenza incarnata e analisti di dati sportivi. A queste figure si aggiungono nuove specializzazioni all’interno di professioni già esistenti, come sviluppatori di agenti AI, operatori della logistica a bassa quota, ispettori di veicoli a nuova energia e progettisti di ristrutturazioni per una popolazione anziana. Dopo la consultazione pubblica, le nuove figure entreranno nella classificazione professionale ufficiale e potranno accedere a percorsi formativi, standard nazionali, sistemi di valutazione delle competenze e misure di sostegno dedicate.
Il riconoscimento formale delle professioni ha un valore operativo rilevante. Non si limita a descrivere ruoli già diffusi nel mercato, ma permette di costruire programmi di istruzione tecnica, corsi professionali, certificazioni e criteri condivisi per la selezione del personale. In un settore come quello dell’intelligenza artificiale, dove le competenze cambiano più velocemente dei percorsi universitari tradizionali, la definizione di standard professionali serve a collegare aziende, istituti formativi e lavoratori in modo più rapido.
I dati disponibili mostrano che la domanda di competenze AI e robotiche sta già crescendo più rapidamente dell’offerta. Nel periodo successivo alle festività di primavera, gli annunci di lavoro collegati all’intelligenza artificiale sono aumentati del 16,9% su base annua, mentre la domanda di ingegneri specializzati in algoritmi per la robotica è cresciuta del 57%. Il rapporto tra domanda e offerta viene indicato a 3,5 posti per ogni candidato nelle professioni AI e a 5,2 per ogni candidato nei ruoli legati alla robotica. Questo squilibrio spiega perché la strategia cinese non riguarda solo la protezione dei lavoratori potenzialmente sostituiti, ma anche la necessità di formare rapidamente persone in grado di coprire nuove posizioni tecniche.
La risposta prevista non è limitata ai profili ingegneristici. Le università stanno introducendo percorsi interdisciplinari dedicati all’intelligenza incarnata e alla robotica del futuro, mentre i programmi pubblici puntano a diffondere competenze AI di base anche tra lavoratori provenienti da altri settori. L’obiettivo è rendere più ampia la platea delle persone capaci di utilizzare, controllare e integrare strumenti intelligenti nelle attività quotidiane, evitando che il valore dell’innovazione resti concentrato in un numero ristretto di specialisti.
L’intelligenza artificiale viene inoltre utilizzata come strumento per facilitare l’accesso al lavoro. Piattaforme digitali pubbliche e locali vengono impiegate per analizzare competenze, migliorare curriculum, simulare colloqui, pubblicare offerte e collegare candidati e imprese. Questo utilizzo dell’AI non sostituisce il mercato del lavoro, ma cerca di ridurre il divario informativo tra chi cerca un’occupazione e chi ha bisogno di competenze specifiche, soprattutto per giovani laureati, lavoratori migranti e persone che devono cambiare settore.
La strategia cinese combina quindi automazione, formazione, classificazione professionale e tutela dell’occupazione. L’obiettivo non è fermare l’adozione dell’intelligenza artificiale, ma evitare che la trasformazione tecnologica si traduca soltanto in tagli di personale o in un aumento delle disuguaglianze tra lavoratori altamente qualificati e mansioni più esposte. Il risultato dipenderà dalla capacità di trasformare i programmi in percorsi reali di formazione e ricollocazione, ma la direzione è chiara: usare l’AI non solo per ridurre il lavoro umano, ma per ridefinire le competenze necessarie nell’economia che viene dopo l’automazione.
