Negli ultimi giorni, una discussione che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata pura fantascienza ha cominciato a prendere forma concreta tra alcune delle figure più ascoltate del mondo tecnologico. Ryan Dahl, creatore di Node.js e figura di riferimento nella comunità degli sviluppatori, ha scritto su X (l’ex Twitter) che “l’era degli umani che scrivono codice è finita”, osservazione che, pur provocatoria, riflette una tendenza reale e profonda nel modo in cui il software viene costruito oggi grazie all’intelligenza artificiale.

Questa affermazione non nasce nel vuoto, ma è parte di un dibattito più ampio che coinvolge non solo Dahl, bensì anche leader come Dario Amodei, CEO di Anthropic, e figure di spicco di realtà come DeepMind. Secondo questi dirigenti, l’avanzare degli strumenti di AI sta rapidamente trasformando il ruolo del software engineer e potrebbe portare in tempi relativamente brevi a una produzione di codice dove le macchine assumono gran parte del lavoro che fino a ieri era considerato esclusivamente umano.

Dahl ha sottolineato che la scrittura diretta di sintassi non rappresenterà più il nucleo centrale del lavoro degli sviluppatori. Per lui, così come per altri osservatori, le tecnologie basate su modelli avanzati stanno ormai automatizzando compiti come la generazione di routine, la correzione di errori e persino l’ottimizzazione di interi moduli di software. In questo nuovo scenario, l’essere umano non scompare dal processo di sviluppo, ma assume un ruolo diverso: si concentra sulla definizione di alto livello di ciò che deve essere costruito, sulla supervisione dei risultati dell’AI e sulla verifica che il codice generato soddisfi i requisiti di progetto, sicurezza e qualità.

La visione di Amodei, emersa anche in occasione del World Economic Forum, è coerente con questa trasformazione. Amodei ha raccontato come all’interno di Anthropic molti dei suoi ingegneri non scrivano più codice manualmente, ma si affidino a strumenti come Claude Code per generare e affinare le linee di software, intervenendo soprattutto per revisionare, rifinire e integrare quanto prodotto dall’AI. Questa dinamica non significa eliminare il lavoro umano, ma al contrario moltiplicare la produttività e permettere agli ingegneri di concentrare le proprie energie su aspetti più strategici e creativi del design dei sistemi.

Nonostante questo, le previsioni non parlano di un’estinzione improvvisa degli sviluppatori, bensì di un cambiamento di paradigma. Anche se gli strumenti di AI possono generare gran parte dei codici oggi richiesti, restano ancora compiti complessi e decisioni critiche che richiedono comprensione umana profonda. Inoltre, la creazione di software non è mai stata unicamente un’attività di digitazione di comandi: anche quando gli sviluppatori usavano strumenti di alto livello come compilatori o librerie, il valore del loro lavoro stava nella capacità di progettare architetture, comprendere problemi e prendere decisioni strategiche. Con l’AI, queste differenze si accentuano: la macchina può suggerire layout, funzioni e soluzioni, ma l’essere umano resta responsabile di decidere cosa sia giusto costruire e come farlo in modo etico e sostenibile.

Va anche notato che questa trasformazione sta già influenzando il mercato del lavoro e i percorsi formativi. Alcuni segmenti dell’industria tecnologica riportano che grandi porzioni di codice oggi sono generate da sistemi di AI, e che questa tendenza potrebbe accelerare nei prossimi mesi e anni. Nel frattempo, le competenze richieste per essere un buon ingegnere software si stanno spostando: capacità di prompt engineering, competenze di supervisione dell’AI, comprensione di principi di sicurezza e qualità del software assumono un peso sempre maggiore rispetto alla mera padronanza di una sintassi o di un linguaggio.

Anche se sentimenti di stupore o preoccupazione possono emergere di fronte a dichiarazioni come quelle di Ryan Dahl, molte delle voci più autorevoli nel settore concordano su un punto: l’intelligenza artificiale non annullerà il lavoro creativo e ingegneristico degli esseri umani, ma ne ridefinirà profondamente l’essenza. La programmazione come semplice atto di scrivere codice potrebbe davvero diventare un ricordo del passato, mentre l’attività umana si eleva verso livelli di concetto più strategici, più interpretativi, più progettuali. E in questo senso, l’avvento di strumenti altamente sofisticati di generazione del software rappresenta non una fine, bensì una trasformazione del mestiere stesso del programmatore.

Di Fantasy