La corsa verso l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) sta entrando in una nuova fase operativa dove il software non viene più concepito come un’entità isolata, ma come il nucleo di un sistema fisico integrato. Brett Adcock, già fondatore di Figure AI, ha formalizzato questa visione con la nascita di Hark, un laboratorio di ricerca e sviluppo finanziato con cento milioni di dollari di capitale personale. L’obiettivo dichiarato non è semplicemente il perfezionamento dei chatbot esistenti, ma la creazione di una “intelligenza personale” capace di operare in modo proattivo e ricorsivo, superando i limiti dei modelli linguistici puramente reattivi. Questa iniziativa si distingue per un approccio radicalmente verticale, dove lo sviluppo di modelli di fondazione multimodali procede in parallelo con la progettazione di interfacce hardware proprietarie, mirando a eliminare le frizioni tra l’elaborazione del pensiero artificiale e l’interazione con l’ambiente umano.
Il cuore tecnologico di Hark risiede nella costruzione di una pipeline completa che comprende modelli di ragionamento avanzati, sistemi operativi dedicati e dispositivi fisici progettati specificamente per ospitare tali modelli. A differenza delle attuali applicazioni IA che girano su hardware generico come smartphone o PC, l’architettura di Hark punta a una simbiosi totale tra silicio e algoritmi. Questo permette di ottimizzare l’esecuzione locale dei modelli, garantendo una latenza minima e una gestione della memoria persistente che consente al sistema di apprendere e ricordare le preferenze dell’utente nel tempo. Il team, composto da talenti provenienti da realtà come Apple, Meta e Tesla, sta lavorando su una modalità di interazione “agente” (agentic), in cui l’IA non attende un comando esplicito, ma anticipa le necessità dell’utente osservando il contesto attraverso input visivi e auditivi costanti.
Un aspetto fondamentale di questa strategia è l’indipendenza infrastrutturale. Hark ha già attivato un proprio cluster di calcolo ad alte prestazioni, basato su migliaia di GPU Nvidia, per gestire le fasi critiche di pre-training e post-training dei propri modelli. Questa potenza di calcolo è necessaria per addestrare sistemi capaci di “ragionamento ricorsivo”, ovvero la capacità del modello di rivedere e migliorare i propri processi logici internamente prima di fornire un output o compiere un’azione. L’integrazione con l’esperienza di Adcock nel campo della robotica umanoide suggerisce una convergenza futura: se Figure fornisce il corpo meccanico capace di manipolare il mondo fisico, Hark si propone di fornire il cervello cognitivo capace di gestire la complessità semantica e sociale della vita quotidiana, creando un ecosistema in cui l’intelligenza digitale diventa un’estensione naturale della capacità umana.
L’approccio di Hark si allontana deliberatamente dal modello di business basato esclusivamente sulle API, puntando invece sulla proprietà dell’intera interfaccia utente. Sviluppando hardware nativo, l’azienda può implementare sensori e processori ottimizzati per la visione artificiale e il riconoscimento vocale naturale, superando i colli di bottiglia dei sistemi operativi tradizionali che non sono stati progettati per flussi di lavoro guidati dall’intelligenza artificiale. Questa verticalizzazione permette di gestire in modo più sicuro e granulare i dati sensibili, poiché gran parte dell’elaborazione può avvenire “on-device”, riducendo la dipendenza dal cloud e aumentando la fiducia dell’utente in un sistema che deve, per definizione, essere profondamente integrato nella sua sfera personale e professionale. Il risultato finale atteso è una piattaforma che non si limita a rispondere a domande, ma agisce come un osservatore intelligente e un collaboratore attivo, segnando un passo decisivo verso l’automazione del carico cognitivo individuale.
