Negli ultimi mesi, l’intelligenza artificiale autonoma ha smesso di essere soltanto un concetto futuristico e si è trasformata in una realtà concreta che scuote sicurezza, sviluppo software e strategia aziendale. Al centro di questo fermento si trova OpenClaw, un agente AI open source che ha rapidamente catturato l’attenzione della comunità globale non solo per le sue capacità tecniche, ma anche per i problemi di sicurezza che ha messo in luce, costringendo professionisti e dirigenti a ripensare le difese tradizionali contro le minacce digitali.
OpenClaw nasce da un progetto iniziale chiamato Clawdbot e, passando per una fase in cui si era voluto chiamare Moltbot, assume oggi un’identità coerente con le sue ambizioni open source e di autonomia operativa. Il suo sviluppatore, Peter Steinberger, ha raccontato che la scelta definitiva del nome è stata il risultato di una riflessione non solo di branding ma anche di visione del progetto: OpenClaw intende mantenere e potenziare quello che il vecchio Clawdbot aveva iniziato, cogliendo l’essenza di un assistente che non si limita a rispondere a domande, ma opera attivamente come agente esecutivo autonomo.
Tecnologicamente, OpenClaw va ben oltre i tradizionali chatbot. Può interfacciarsi con strumenti reali dell’utente, accedere a email, messaggi, file e sistemi locali, eseguire comandi in terminale, eseguire script e mantenere memoria di sessioni precedenti. È questa capacità di agire da “persona digitale” ad accendere entusiasmo tra sviluppatori e innovatori: l’idea di avere un agente in grado di automatizzare compiti complessi, dialogare attraverso diversi canali e persino coordinarsi con plugin esterni ha portato il progetto a ottenere centinaia di migliaia di “star” su GitHub in tempi sorprendentemente brevi.
Ma proprio questa autonomia – la capacità di OpenClaw di operare senza supervisione umana – evidenzia ciò che esperti di sicurezza definiscono un problema strutturale. A differenza di un semplice assistente conversazionale, un agente AI come OpenClaw non si limita a generare testo: esegue azioni reali sul computer o nella rete, e questo crea vulnerabilità profonde. Ricercatori hanno già scoperto migliaia di istanze esposte su internet che perdono chiavi API, credenziali e cronologie di conversazioni, mettendo in luce che, anche quando gli agenti sono autorizzati, i tradizionali sistemi di sicurezza – firewall, monitoraggio perimetrale, strumenti EDR/SIEM – non riescono a riconoscerli né a intercettare le loro attività perché agiscono “dentro” i permessi concessi e ignorano le regole di accesso statiche.
La comunità dei responsabili della sicurezza aziendale, in particolare i CISO, ha osservato con crescente preoccupazione questa evoluzione. OpenClaw ha dimostrato che un modello agentico, pur funzionando tecnicamente e offrendo risultati impressionanti, può anche rivelare che i modelli di difesa attuali non sono adeguati per gestire minacce che operano con permessi legittimi ma comportamenti autonomi fuori dalla vista delle tradizionali difese. Le istanze diffuse su server personali o su ambienti BYOD (Bring Your Own Device) sfuggono al controllo delle policy aziendali: un agente AI con accesso locale può, senza che il reparto di sicurezza se ne accorga, eseguire comandi o interagire con risorse critiche basandosi sulle istruzioni testuali che riceve o interpreta.
Un altro punto critico riguarda le cosiddette vulnerabilità di prompt injection, un tipo di attacco in cui istruzioni malevole sono abilmente nascoste all’interno di input apparentemente innocui che, una volta processati dall’agente, possono portare a esecuzioni non intenzionali di comandi. Questi attacchi, già riconosciuti come una minaccia significativa per i modelli linguistici perché sfruttano la natura stessa del linguaggio per alterare il comportamento del sistema, diventano ancora più pericolosi quando l’agente ha il potere di eseguire operazioni di sistema reali.
Il successo di OpenClaw tra gli sviluppatori e gli appassionati, contrapposto alle crescenti preoccupazioni della comunità di sicurezza, rappresenta un paradosso nell’adozione di intelligence artificiale autonoma: da un lato, l’entusiasmo per un agente che può davvero “fare cose” al posto dell’utente; dall’altro, la paura che questi stessi poteri possano essere sfruttati per azioni indesiderate, come l’esfiltrazione di dati sensibili, la compromissione di sistemi o l’esecuzione di comandi non autorizzati.
I leader tecnologici cinesi come Alibaba Cloud e Tencent Cloud hanno colto l’importanza di questa tendenza, integrando OpenClaw nelle loro infrastrutture cloud e offrendo strumenti per installare e gestire modelli AI con pochi clic, sottolineando come questi agenti siano destinati a interagire sempre di più con applicazioni reali e flussi di lavoro aziendali. Tuttavia, l’adozione in ambienti produttivi richiederà un ripensamento delle misure di sicurezza, perché il modello tradizionale di controllo perimetrale non è più sufficiente quando un software può agire autonomamente con permessi elevati.
La crescita esponenziale di OpenClaw ha portato anche a commenti coloriti da parte di osservatori del settore, alcuni dei quali definiscono quello che sta accadendo come qualcosa di “più cinematografico della fantascienza”. Queste reazioni mettono in luce quanto velocemente si stia spostando il confine tra strumenti AI assistivi e sistemi agentici con la capacità di agire su scala reale, creando nuove dinamiche non solo tecnologiche, ma anche culturali e sociali.
