Uber ha introdotto un limite di 1.500 dollari di spesa mensile in token per ciascuno strumento di coding basato su intelligenza artificiale, come ha dichiarato un portavoce dell’azienda rispondendo a una richiesta di Bloomberg. Il dettaglio tecnicamente più rilevante è che il tetto è per singolo strumento e non cumulativo: la spesa su un tool non incide sul budget di un altro, e i limiti, introdotti negli ultimi mesi, si applicano soltanto al software di coding agentico come Cursor o Claude Code di Anthropic, lasciando fuori il resto degli strumenti AI usati in azienda. L’utilizzo è tracciabile tramite una dashboard interna a cui ogni dipendente ha accesso e, in determinati casi, i tetti possono essere superati previa autorizzazione.
La ragione del provvedimento è esplicita e racconta bene la dinamica di costo di questi strumenti. In aprile il CTO della società aveva rivelato che il colosso del ride-hailing aveva esaurito l’intero budget annuale per l’AI nel giro di quattro mesi, e questo sembra essere avvenuto dopo che Uber aveva incoraggiato il personale a usare l’AI “il più possibile”, arrivando persino a classificare in modo competitivo l’utilizzo interno su delle classifiche. Il punto è strutturale più che organizzativo: un agente di coding non si comporta come i software che le aziende sono abituate a comprare, perché un contatore di token collegato a uno sviluppatore che può chiedere di ispezionare una codebase, scrivere test, rifattorizzare servizi e ripetere il ciclo tutto il giorno è qualcosa di completamente diverso, e più lo strumento diventa utile più può diventare costoso.
Sul piano dell’inquadramento aziendale, il portavoce ha presentato la misura non come una frenata all’adozione ma come un modo per governarla. “Riteniamo che questo sia un modo piuttosto semplice per incoraggiare in maniera responsabile l’adozione e la sperimentazione dell’AI agentica su larga scala in tutta l’azienda”, ha detto il portavoce a Bloomberg. Il contesto di utilizzo interno è tutt’altro che marginale, considerando che, stando alla cronaca finanziaria, l’amministratore delegato Dara Khosrowshahi aveva indicato nell’ultima presentazione dei risultati che circa il 10% del codice aziendale è scritto da agenti AI e che l’uso dell’AI è cresciuto nei team legale e marketing.
C’è poi la cornice di mercato e di scetticismo che dà alla notizia il suo peso reale. Le preoccupazioni sui costi si sono riflesse sul titolo, che quel giorno ha chiuso in calo del 2,9% e che da inizio anno arretra del 12%. E proprio dall’interno di Uber arriva la domanda più scomoda sul ritorno dell’investimento: il presidente e COO Andrew Macdonald ha messo pubblicamente in dubbio, in una recente intervista al podcast Rapid Response, che un maggiore consumo di token si traduca con chiarezza in funzionalità più utili per i clienti. Le sue parole sono state nette: è molto difficile affermare di star fornendo davvero ai clienti il 25% di funzionalità utili in più, e pur potendo le cose chiarirsi nei prossimi anni, al momento il giudizio resta complicato nonostante alcune metriche di base mostrino un andamento molto alto.
Quella che ne emerge è una vicenda che va oltre la singola azienda, perché tocca il problema di fondo di come si mette a budget un costo che cresce con l’utilità dello strumento. Sulla scia del fenomeno del “token-maxing”, cioè la massimizzazione del consumo di token per aumentare la produttività, alcune aziende hanno già avviato misure di contenimento, e secondo fonti Walmart ha limitato il tempo d’uso degli agenti AI interni che i dipendenti adoperano per supportare il lavoro.
