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Negli ultimi decenni, la crescita delle società di servizi professionali in Europa – dagli studi di architettura agli studi legali, dai consulenti fiscali alle società di contabilità – è stata spesso determinata da una formula semplice e collaudata: acquisire, consolidare e ripetere. Questo schema di mergers & acquisitions (M&A) ha rappresentato la spina dorsale dell’espansione di molte imprese e ha permesso ai fondi di private equity di costruire gruppi più grandi e apparentemente più competitivi. Tuttavia, oggi questa ricetta sembra mostrare i suoi limiti, soprattutto in un mercato che si è evoluto, che ha già visto protagonisti importanti diventare “too big to move the needle” e dove i target di medie dimensioni, un tempo fondamentali per la crescita organica e l’incremento di fatturato, sono ormai scarsi. A causa di questa scarsità, acquisire piccole attività frammentate non crea quel valore proporzionale che giustifichi l’impegno e i costi: complessità organizzativa e integrazione di tanti piccoli pezzi spesso si sommano a fronte di guadagni marginali.

In questo contesto, la capacità di innovare diventa cruciale. L’intelligenza artificiale (AI) cambia radicalmente le dinamiche competitive perché non si limita a supportare l’accumulo di asset: permette invece di estrarre più valore da ogni azienda acquisita. In altre parole, mentre la M&A tradizionale si concentra sulla dimensione e sui guadagni operativi a breve termine, l’approccio basato sull’AI riesce non solo a consolidare, ma anche a moltiplicare le capacità interne delle imprese, potenziando efficienza, automazione e profittabilità.

La differenza fondamentale risiede nella natura dell’effetto generato. L’acquisizione classica porta a una crescita lineare per mezzo dell’accumulo, mentre l’integrazione intelligente di tecnologie AI permette di ottenere un effetto moltiplicatore: le imprese diventano non solo più grandi, ma intrinsecamente migliori nel loro funzionamento quotidiano. Ciò si traduce in operazioni più rapide, decisioni più informate e, soprattutto, servizi più personalizzati e di qualità superiore. In settori come il real estate o i servizi di property management – dove le tecnologie AI possono automatizzare processi complessi come l’abbinamento tra domanda e offerta, la gestione dei contratti o la previsione delle esigenze dei clienti – l’effetto è tangibile: migliori margini di profitto e una relazione cliente-azienda più fluida ed efficiente.

Questa trasformazione non è immediatamente intuitiva per tutti gli investitori, in particolare per i fondi di private equity. Per decenni, il loro modello è stato basato su un nesso diretto tra acquisizione e rendimento: più acquisizioni portano a una maggiore scala operativa e, quindi, a una migliore posizione di mercato. Tuttavia, proprio questo DNA orientato alla scala può costituire un limite quando si tratta di internalizzare innovazioni profonde. Integrare l’AI richiede competenze tecnologiche specifiche, una visione chiara di prodotto e un’organizzazione pronta a reinventarsi in termini di esperienza utente e performance digitale – aspetti che non sempre rientrano nell’esperienza tradizionale dei fondi orientati alle operazioni e ai ritorni di breve periodo.

L’altra grande novità di questo paradigma è la ridefinizione del profilo rischio-rendimento. Tradizionalmente, gli investitori tecnologici che puntano su startup ad alto potenziale si confrontano con scenari binari: o l’azienda decolla oppure il capitale si perde se l’impresa non raggiunge determinate soglie di mercato. Con l’approccio di AI-rollup, invece, si investe in aziende già operative, con flussi di cassa, clienti e infrastrutture consolidate. Anche nel caso in cui l’espansione digitale non proceda come sperato, l’investimento non diventa un fallimento totale, perché l’impresa continua a generare valore con le sue attività tradizionali: la perdita è quindi mitigata, mentre il potenziale di crescita resta significativo grazie all’effetto scalabile dell’AI.

Volgendo lo sguardo al futuro, il mercato europeo si trova a un bivio. La strada dell’accumulo fine a se stesso, dove il numero di deal diventa l’indicatore di successo, è sempre meno sostenibile: i grandi gruppi hanno già raggiunto dimensioni tali da rendere inefficace ogni ulteriore acquisizione ai fini di valore reale. Al contrario, la capacità di combinare scala e intelligenza diventa la vera leva competitiva. Le aziende che impareranno a eseguire operazioni M&A con una visione strategica incentrata sulla tecnologia, dotate di competenze AI e di un approccio orientato alla trasformazione digitale, saranno quelle che guideranno la prossima ondata di crescita nei servizi professionali.

Di Fantasy