Il mondo del cinema e delle arti creative sta vivendo un momento di tensione senza precedenti, segnato da una presa di posizione ferma e coraggiosa da parte di alcune delle figure più influenti dell’industria globale. Al centro del dibattito non c’è solo l’evoluzione tecnologica, ma la difesa del diritto d’autore e della dignità del lavoro umano di fronte all’avanzata dell’intelligenza artificiale generativa. Scarlett Johansson e Cate Blanchett sono diventate le portavoce di una nuova, imponente campagna che vede oltre settecento artisti, tra attori, musicisti e scrittori, uniti nel denunciare quello che definiscono un vero e proprio furto sistematico di proprietà intellettuale.
Il cuore della polemica risiede nelle modalità con cui le grandi aziende tecnologiche addestrano i propri modelli linguistici e creativi. Secondo i firmatari dell’appello, l’utilizzo di opere protette da copyright senza autorizzazione né compenso non può essere considerato una forma di progresso tecnologico o di innovazione legittima. Al contrario, l’atto di “dare in pasto” sceneggiature, interpretazioni vocali, brani musicali e opere d’arte a algoritmi complessi viene descritto come un’appropriazione indebita che mina le basi stesse del settore creativo. Il messaggio lanciato dalla campagna è netto: il furto non è innovazione, è semplicemente un atto che priva i creatori della possibilità di controllare e trarre beneficio dal proprio ingegno.
Per Scarlett Johansson, questa battaglia ha radici profonde e personali. Già in passato l’attrice era stata protagonista di uno scontro diretto con OpenAI, rea di aver utilizzato per un assistente vocale una voce sorprendentemente simile alla sua, nonostante un esplicito rifiuto iniziale. Quell’episodio ha trasformato l’interprete di “Black Widow” in un simbolo della resistenza contro i rischi della clonazione digitale, portando l’attenzione pubblica sulla fragilità dell’immagine e dell’identità personale nell’era digitale. Al suo fianco, Cate Blanchett ha più volte sottolineato come l’innovazione priva di immaginazione e di etica possa diventare uno strumento pericoloso, capace di appiattire la cultura e di alienare il pubblico dalla realtà.
La mobilitazione non si limita a una critica di principio, ma punta a ottenere cambiamenti legislativi concreti. Gli artisti chiedono regolamentazioni più severe che obblighino le tech-company a stipulare accordi di licenza trasparenti e a rispettare il diritto dei creatori di negare l’uso del proprio lavoro per scopi di addestramento. Si tratta di una sfida che coinvolge anche i governi, chiamati a bilanciare la corsa verso l’intelligenza artificiale con la necessità di proteggere un ecosistema culturale che, senza tutele, rischia di essere svuotato della sua componente più vitale: l’umanità.
In questo scenario, il cinema sembra quasi rincorrere le trame distopiche che ha spesso raccontato sul grande schermo. Tuttavia, la realtà odierna pone interrogativi urgenti che superano la finzione. Se da un lato l’intelligenza artificiale viene celebrata come una rivoluzione in grado di semplificare processi complessi, dall’altro emerge il timore che una tecnologia sregolata possa portare alla svalutazione dell’arte e alla perdita di posti di lavoro. La voce unita di Hollywood, guidata da icone come Johansson e Blanchett, serve a ricordare che dietro ogni opera c’è un individuo, un’emozione e un percorso creativo che nessuna macchina, per quanto avanzata, può replicare o legittimamente reclamare senza il consenso di chi l’ha generato.
