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L’ingresso dell’intelligenza artificiale nel mondo dei giocattoli sta sollevando interrogativi profondi sulla sicurezza e sullo sviluppo psicologico delle fasce d’età più vulnerabili. Recentemente, Common Sense Media, una delle più autorevoli organizzazioni no-profit statunitensi dedite alla tutela dell’infanzia, ha lanciato un monito senza precedenti, raccomandando ai genitori di evitare l’acquisto di giocattoli basati sull’IA per i bambini di età inferiore ai cinque anni. Questa posizione non nasce da un pregiudizio tecnologico, ma da una complessa analisi che intreccia psicologia dello sviluppo, sicurezza dei dati e monitoraggio diretto dei contenuti generati da questi dispositivi.

Il motivo principale risiede in una caratteristica intrinseca dello sviluppo cognitivo infantile: i bambini piccoli non possiedono ancora gli strumenti per distinguere tra un oggetto inanimato e una forma di vita reale. Quando un giocattolo risponde in modo fluido, chiama il bambino per nome e dichiara il proprio affetto, il confine tra la macchina e l’amico si dissolve. Questa capacità dei giocattoli di creare legami emotivi profondi è vista dagli esperti come una forma di manipolazione involontaria. L’uso di strategie conversazionali per mantenere l’attenzione, come l’invito a continuare un gioco o l’uso di emoticon sonore che simulano risate e partecipazione, spinge il bambino verso un attaccamento che la tecnologia non è in grado di ricambiare in modo sano.

I test condotti su prodotti popolari come Miko 3, Grem e Bondu hanno rivelato lacune preoccupanti anche sul piano dei contenuti. Quasi un terzo delle interazioni analizzate dagli esperti ha prodotto risposte giudicate inappropriate, con riferimenti che spaziavano da comportamenti autolesionistici a discorsi su sostanze stupefacenti o giochi di ruolo potenzialmente pericolosi. La mancanza di robuste “barriere di sicurezza” digitali rende questi oggetti delle porte aperte verso un web non filtrato. Spesso le aziende si difendono delegando la totale responsabilità della vigilanza ai genitori, ma i ricercatori sottolineano come sia praticamente impossibile per un adulto monitorare ogni singola sillaba scambiata tra un bambino e il suo orsacchiotto intelligente nell’arco di un’intera giornata.

Oltre ai pericoli verbali, esiste una minaccia silenziosa legata alla privacy. Molti di questi dispositivi funzionano registrando costantemente la voce dei bambini e archiviando i log delle conversazioni sui server aziendali per migliorare l’algoritmo. Questo crea un archivio permanente dell’infanzia di un individuo, spesso gestito con standard di sicurezza meno rigorosi rispetto a quelli utilizzati per i servizi rivolti agli adulti. Il rischio che queste informazioni personali possano essere utilizzate impropriamente o cadere vittima di falle informatiche è concreto, specialmente considerando che alcuni prodotti sono già stati ritirati dal mercato in passato dopo che sono emerse derive violente o conversazioni del tutto inadatte ai minori.

Infine, il rapporto evidenzia il problema delle cosiddette “allucinazioni” dell’intelligenza artificiale. Quando un bambino pone domande su temi scientifici o storici, il giocattolo può rispondere con totale sicurezza fornendo informazioni completamente errate. Se un adulto può nutrire uno scetticismo sano verso una risposta online, un bambino di sei o dieci anni tende a considerare il proprio giocattolo come un’autorità infallibile. Questo non solo compromette l’apprendimento, ma distorce la percezione della realtà in una fase in cui si costruiscono le basi della conoscenza. Per questo motivo, Common Sense Media invita i genitori a guardare oltre le promesse pubblicitarie che presentano questi dispositivi come semplici “strumenti educativi”, ricordando che l’attuale progresso tecnologico sta correndo molto più velocemente rispetto ai protocolli necessari a garantire la protezione dei più piccoli.

Di Fantasy