L’ascesa fulminea dell’intelligenza artificiale generativa nel settore musicale non rappresenta soltanto un mutamento nel processo creativo, ma agisce come un catalizzatore che sta portando alla luce un deficit strutturale profondo all’interno della cosiddetta economia dei creatori. Il volume di produzione raggiunto da piattaforme come Suno, capaci di generare milioni di brani al giorno, ha superato ogni capacità di gestione logistica e finanziaria dei sistemi legacy, originariamente progettati per un’epoca definita dalla scarsità di output e da cicli di rilascio lenti e controllati. Se nel modello tradizionale l’industria era strutturata per assorbire e catalogare circa centomila nuove uscite all’anno, la realtà attuale vede una singola piattaforma produrre una quantità di musica tale da poter eguagliare l’intero catalogo storico di servizi come Spotify in un arco di tempo estremamente ridotto.
Questa sproporzione dimensionale mette in crisi i presupposti fondamentali su cui poggiano i sistemi di monetizzazione e di attribuzione dei diritti. I meccanismi convenzionali di tracciamento sono stati costruiti per gestire la proprietà intellettuale in modo centralizzato e lineare, ma l’intelligenza artificiale ha rimosso i vincoli fisici e temporali della creazione, rendendo obsoleti i processi manuali o semiautomatici di verifica. La problematica non risiede esclusivamente nella quantità, quanto nella complessità granulare della proprietà. Un tipico flusso di lavoro contemporaneo può prevedere l’utilizzo di un modello IA per la melodia, un secondo per l’arrangiamento e l’intervento umano per le parti vocali o il mixaggio finale. In un simile scenario, determinare le percentuali di spettanza diventa un’operazione di una complessità operativa senza precedenti, poiché mancano catene di attribuzione verificabili che colleghino i vari livelli di produzione in un unico registro coerente.
Le recenti manovre legali e gli accordi di licenza siglati tra le grandi etichette discografiche e le piattaforme di IA generativa, pur risolvendo temporaneamente i contenziosi sul copyright, non hanno affrontato la questione della scalabilità infrastrutturale. Questi accordi fungono da strumenti di gestione del rischio a breve termine, ma lasciano irrisolto il problema del “leakage” del valore, ovvero la dispersione di ricavi causata dall’ambiguità della proprietà e dall’incapacità dei sistemi di pagamento di riflettere i contributi in tempo reale. Le modifiche ai termini di servizio che limitano la proprietà dell’utente o confinano i contenuti entro ecosistemi chiusi sono tentativi di proteggere i detentori di diritti esistenti, ma finiscono per soffocare il flusso creativo e non offrono una soluzione tecnica per la monetizzazione diffusa.
Il divario tra la capacità produttiva delle macchine e la capacità di elaborazione delle transazioni dei sistemi finanziari tradizionali richiede un cambio di paradigma tecnologico. L’attuale configurazione della creator economy vede una distribuzione dei redditi estremamente sbilanciata, dove solo una minima percentuale di creatori riesce a superare soglie di guadagno dignitose, mentre la maggioranza fatica a monetizzare i propri contenuti nonostante la crescente domanda globale. L’introduzione dell’IA aggrava questa condizione, saturando i canali di distribuzione con contenuti a basso costo che i sistemi di attribuzione attuali non sanno come processare correttamente.
La soluzione a questo stallo sistemico sembra risiedere nell’adozione di infrastrutture decentralizzate e basate sulla tecnologia blockchain, capaci di gestire smart contract per l’esecuzione automatica delle royalty. Solo attraverso un registro immutabile della provenienza e un sistema di micropagamenti programmabili è possibile immaginare una gestione della proprietà intellettuale che operi alla stessa velocità della generazione algoritmica. In questo contesto, il valore si sposterà progressivamente dalla produzione del contenuto stesso alla capacità di tracciarlo, validarlo e monetizzarlo in modo granulare lungo tutta la catena del valore.
