Swatch Group ha chiesto a Samsung un risarcimento da 170 milioni di dollari, pari a circa 260 milioni di franchi svizzeri, per la presenza di applicazioni dedicate ai quadranti digitali che riproducevano l’aspetto di orologi appartenenti a marchi del gruppo, tra cui Omega, Tissot, Longines e altri brand della sua gamma. La vicenda riguarda le app distribuite attraverso l’ecosistema Galaxy Watch e riporta al centro il tema della responsabilità delle piattaforme digitali per i contenuti pubblicati da sviluppatori terzi.
Il contenzioso non nasce dalla vendita di smartwatch con un design simile a quello degli orologi svizzeri, ma dalla possibilità per gli utenti di installare quadranti che riproducevano elementi distintivi di modelli reali. Le applicazioni consentivano di visualizzare sul display digitale combinazioni molto vicine agli originali: disposizione di indici e contatori, palette cromatiche, lancette, loghi, riferimenti grafici, scale tachimetriche e altri segni riconoscibili associati a specifiche collezioni.
Nel 2022 l’Alta Corte di Londra aveva già stabilito che Samsung potesse essere considerata responsabile per violazioni di marchio commesse da applicazioni di terze parti presenti nel proprio store per Galaxy Watch. La fase successiva del procedimento riguarda quindi la quantificazione del danno e la definizione del valore economico attribuibile allo sfruttamento non autorizzato dell’identità visiva dei marchi.
La richiesta di Swatch Group viene calcolata sulla base di una “licenza ipotetica”. In sostanza, il gruppo sostiene che, per utilizzare legalmente quei design digitali, Samsung o gli sviluppatori avrebbero dovuto negoziare e pagare un corrispettivo di licenza. Il valore richiesto tiene conto della notorietà dei marchi coinvolti, della loro reputazione nel mercato dell’orologeria e del peso commerciale che l’estetica di un modello può avere anche in una versione digitale da installare su uno smartwatch.
Samsung contesta l’entità della cifra, sostenendo che non sia stata dimostrata una riduzione concreta delle vendite di orologi tradizionali causata dai quadranti digitali e che l’importo richiesto ecceda quanto sarebbe ragionevole in un normale accordo di licenza. Il punto giuridico centrale non è quindi soltanto la presenza di un design copiato, ma il modo in cui deve essere valutato il danno quando l’utilizzo avviene in un ambiente software, senza la vendita fisica di un prodotto contraffatto.
Il caso evidenzia una differenza importante tra il mercato dell’orologeria tradizionale e quello degli smartwatch. Nel primo, il valore di un modello dipende dalla manifattura, dai materiali, dalla distribuzione selettiva e dalla storia del marchio. Nel secondo, una parte dell’identità del prodotto può essere trasferita su un display attraverso un file software installabile in pochi secondi. Un quadrante digitale non replica la complessità meccanica o il valore materiale dell’orologio, ma può riprodurne gli elementi visivi più immediatamente riconoscibili.
Per i marchi del lusso, questa trasformazione è particolarmente delicata. Il design di un orologio non svolge soltanto una funzione estetica: rappresenta un segnale di appartenenza, esclusività e riconoscibilità commerciale. Quando lo stesso linguaggio visivo viene reso disponibile in formato digitale, gratuito o a basso costo, il rischio non riguarda soltanto la confusione del consumatore, ma anche l’indebolimento della percezione di rarità costruita intorno al marchio.
La vicenda può avere effetti più ampi sull’intero settore delle piattaforme per wearable. Store di app, marketplace di quadranti, servizi di personalizzazione e strumenti di generazione grafica dovranno prestare maggiore attenzione ai contenuti che riproducono marchi, loghi e design registrati. La gestione non può limitarsi alla rimozione successiva di singole applicazioni segnalate, perché la responsabilità della piattaforma può dipendere anche dal livello di controllo esercitato sulla distribuzione e dalla rapidità con cui interviene dopo aver ricevuto una contestazione.
Per Samsung, l’esito della causa potrebbe diventare un precedente rilevante anche fuori dal Regno Unito. Una condanna con un risarcimento elevato potrebbe spingere altri titolari di marchi a contestare applicazioni analoghe in diversi mercati, chiedendo alle aziende tecnologiche procedure preventive più rigide per l’approvazione dei quadranti e una maggiore verifica sull’uso di elementi protetti.
Il caso mostra come la tutela del design stia diventando sempre più importante anche negli ambienti digitali. La copia non riguarda più soltanto oggetti fisici, packaging o prodotti industriali, ma può assumere la forma di un’interfaccia, di un tema grafico o di un quadrante scaricabile. Per le piattaforme tecnologiche, il confine tra personalizzazione dell’utente e sfruttamento commerciale dell’identità di un marchio è destinato a diventare uno dei nodi più rilevanti nella gestione degli ecosistemi software.
