Per decenni, la ricerca delle più antiche tracce di vita sul nostro pianeta è stata una sfida ardua e meticolosa, condotta da geologi e biologi che hanno setacciato depositi rocciosi risalenti a miliardi di anni. La prova dell’esistenza di microrganismi primordiali, spesso risalenti a oltre tre miliardi di anni fa, è estremamente labile; il tempo, il calore e la pressione hanno quasi completamente degradato le molecole organiche, lasciando solo “sussurri” chimici indistinguibili all’occhio umano o con metodi di analisi tradizionali. Oggi, tuttavia, un cambio di paradigma sta riscrivendo le cronologie geologiche, grazie all’intervento risolutivo dell’Intelligenza Artificiale.
L’impiego dell’apprendimento automatico (machine learning) ha infatti permesso ai ricercatori di penetrare il velo del tempo, individuando prove chimiche inequivocabili di vita antica in rocce che risalgono a circa 3,3 miliardi di anni fa. Questa rivoluzione non si basa sulla scoperta di fossili macroscopici, bensì sulla capacità della macchina di analizzare schemi molecolari infinitesimali e degradati. Per raggiungere questo risultato epocale, gli scienziati hanno utilizzato una tecnica avanzata chiamata pirolisi-cromatografia accoppiata a spettrometria di massa. Questo metodo sofisticato vaporizza i frammenti di roccia, trasformando la materia in migliaia di composti molecolari volatili che vengono poi separati e identificati.
È qui che l’Intelligenza Artificiale entra in gioco con un ruolo cruciale. Il volume e la complessità dei dati generati da questa analisi sono semplicemente troppo vasti per essere processati efficacemente da un umano. L’algoritmo di machine learning è stato addestrato per agire come un sofisticato sistema di riconoscimento di pattern molecolari. Funziona in modo analogo al riconoscimento facciale, ma applicato alla chimica organica, imparando a distinguere i “tratti distintivi” associati alla materia vivente, anche quando le molecole originali sono state frammentate e alterate irrimediabilmente. L’AI, quindi, non si limita a un’analisi superficiale, ma è in grado di ricostruire la firma chimica della vita primordiale a partire dai suoi resti più degradati.
Attraverso questo approccio innovativo, il sistema di analisi basato sull’AI ha individuato in modo indipendente e inatteso segnali forti e affidabili legati alla fotosintesi primordiale all’interno di questi antichi depositi rocciosi. Questo non solo ha confermato precedenti ipotesi sull’esistenza di vita a quell’epoca remota, ma ha fornito un livello di affidabilità finora inimmaginabile, superando decenni di dibattiti geologici spesso inconcludenti a causa dell’ambiguità delle tracce. La scoperta ha implicazioni profonde, suggerendo che la vita sulla Terra non solo esisteva in forme microbiche precoci, ma aveva già sviluppato processi biochimici complessi come la fotosintesi molto prima di quanto si potesse stabilire con certezza.
