Il passaggio dai semplici chatbot a sistemi “agentici” autonomi rappresenta il nuovo grande salto evolutivo dell’intelligenza artificiale. Se fino a ieri interagivamo con modelli che si limitavano a generare testo, oggi stiamo affidando a veri e propri “agenti” il potere di agire: possono accedere a database, chiamare API esterne, inviare e-mail e persino gestire transazioni finanziarie. Tuttavia, questa autonomia apre una voragine nella sicurezza informatica tradizionale. Per rispondere a questa sfida, Operant AI ha presentato Agent Protector, la prima soluzione di sicurezza progettata specificamente per governare e proteggere questi sistemi autonomi in tempo reale, garantendo che l’innovazione non avvenga a discapito della protezione dei dati aziendali.
Il problema fondamentale che Agent Protector mira a risolvere è l’invisibilità. Nelle grandi organizzazioni, gli agenti AI si stanno moltiplicando velocemente, spesso senza che i team di sicurezza ne abbiano piena consapevolezza, un fenomeno già ribattezzato “Shadow AI”. Molti di questi sistemi operano in ambienti cloud o SaaS esterni, collegandosi a strumenti e server attraverso il nuovo standard Model Context Protocol (MCP) senza i necessari controlli. La piattaforma di Operant AI agisce come una sentinella intelligente, capace di mappare l’intero panorama degli agenti presenti in azienda, individuando non solo quelli gestiti ufficialmente, ma anche quelli “ombra” che potrebbero fungere da porta d’ingresso per attacchi informatici o fughe di dati involontarie.
Ciò che distingue Agent Protector dai comuni firewall o sistemi di monitoraggio è la sua capacità di analizzare l’intento dell’agente mentre questo sta operando. Invece di limitarsi a bloccare o consentire l’accesso a un database, il sistema osserva la sequenza di azioni che l’agente sta compiendo. Se un assistente virtuale programmato per la gestione dei rimborsi inizia improvvisamente a scalare i propri privilegi per accedere alle buste paga del personale, o se tenta di esportare massivamente informazioni verso server esterni sospetti, Agent Protector interviene istantaneamente. Grazie a una protezione “inline”, il sistema è in grado di bloccare l’azione dannosa prima che venga eseguita, analizzando costantemente il punteggio di fiducia e il comportamento dell’agente rispetto agli obiettivi previsti.
Un altro pilastro di questa tecnologia è l’integrazione di un modello “Zero Trust” adattato all’intelligenza artificiale. In un contesto tradizionale, le autorizzazioni sono spesso statiche: o un’app può accedere a un file, o non può farlo. Con Agent Protector, le autorizzazioni diventano dinamiche e basate sul contesto. Il sistema applica il principio del minimo privilegio in tempo reale, autorizzando l’agente a utilizzare solo le informazioni strettamente necessarie per completare il compito specifico richiesto dal prompt dell’utente. Una volta terminata l’operazione, i permessi “scadono” virtualmente, impedendo che l’agente possa diventare un vettore di attacco persistente o che la sua memoria possa essere contaminata da input esterni malevoli.
Per gli sviluppatori che costruiscono soluzioni personalizzate utilizzando framework popolari come LangGraph o CrewAI, Agent Protector offre inoltre degli “enclave sicuri”. Si tratta di ambienti di sviluppo protetti dove la sicurezza è integrata direttamente nel codice fin dal primo giorno (security-by-design). Attraverso un approccio low-code, le aziende possono dotare i propri agenti di scudi protettivi integrati, telemetria dettagliata e grafici di attività che mostrano chiaramente come ogni pezzetto di intelligenza interagisca con il resto dell’infrastruttura.
