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Il modo in cui creiamo, distribuiamo e consumiamo software è in rapida evoluzione, e alcuni pensatori nel settore suggeriscono che i modelli consolidati come gli app store stiano diventando superati di fronte alle nuove capacità offerte dall’intelligenza artificiale. Andrej Karpathy, noto ricercatore nel campo dell’intelligenza artificiale, ha espresso una visione critica rispetto alla tradizionale idea di un ecosistema composto da app discrete scaricabili da piattaforme come app store, sostenendo che l’avvento del cosiddetto vibe coding stia ridisegnando i confini stessi dello sviluppo software e rendendo tali marketplace un concetto sempre meno attuale.

Il concetto di vibe coding, coniato da Karpathy nel 2025, descrive un approccio alla creazione di applicazioni nel quale un sviluppatore non scrive manualmente ogni riga di codice, ma piuttosto usa modelli di linguaggio naturale basati su AI per generare, iterare e affinare il codice stesso a partire da istruzioni in linguaggio semplice. In questo paradigma, la distinzione tra idea, implementazione e distribuzione sfuma: ciò che conta è il risultato funzionale — un’app o un servizio operativo — e non il fatto che esso esista come oggetto installabile tramite un marketplace centralizzato.

Tradizionalmente, gli app store servono da filtri e da ponte tra sviluppatori e utenti finali, fungendo da repository di applicazioni discrete che devono essere compilate, impacchettate, testate e poi pubblicate su una piattaforma controllata, con processi di revisione, certificazione e gestione delle versioni. Questo modello è nato e si è sviluppato nell’epoca dei modelli di distribuzione software in cui le barriere tecnologiche erano elevate, e dove era necessario un livello significativo di competenza tecnica per spingere il codice dall’ideazione all’utilizzo. L’app store non era solo un luogo di distribuzione, ma anche un elemento di governance, controllo qualità e sicurezza per un ecosistema di software che veniva aggiornato, installato e mantenuto in modo relativamente rigido.

Con l’affermarsi di vibe coding, Karpathy e altri osservatori notano che la natura stessa delle applicazioni e del loro sviluppo sta cambiando. Invece di concepire un’app come un oggetto statico, compilato e distribuito attraverso un marketplace centralizzato, si sta portando lo sviluppo verso un modello in cui l’AI genera software in tempo reale in risposta a richieste e prompt, abbattendo il processo di traduzione tra pensiero progettuale e codice eseguibile. Questa dinamica permette di passare dall’idea all’esecuzione in modi molto più fluidi, ad esempio generando prototipi, servizi interattivi o componenti software immediatamente fruibili senza la necessità di impacchettamento tradizionale. In tale contesto, il ruolo dell’app store come unico canale di distribuzione perde parte della sua rilevanza, poiché molte esperienze digitali non sono più applicazioni discrete ma servizi AI generativi direttamente fruibili nel cloud.

Un altro elemento alla base di questa visione è che il vibe coding permette di creare software che si adatta e si evolve dinamicamente attraverso interazioni con l’utente o con sistemi di AI agentica, eliminando la rigidità del modello “scarica e installa”. Invece di dover aggiornare un file binario su uno store, si genera codice “on demand” o si utilizza AI per mantenere l’esperienza aggiornata in tempo reale. Questo riduce la dipendenza da repository centralizzati e sposta l’attenzione verso flussi di produzione di software guidati dall’AI e dall’adattamento contestuale, dove l’esperienza stessa dell’applicazione può essere personalizzata in base alle esigenze dell’utente senza passare attraverso revisioni canoniche.

La critica di Karpathy non è una condanna degli app store come concetto tecnico, ma piuttosto una constatazione che il valore e la funzione tradizionale di questi marketplace sono messi in discussione da un nuovo modo di sviluppare e fruire tecnologia. In un’epoca in cui chiunque può descrivere un’idea in linguaggio naturale e ottenere tramite AI un prototipo funzionante in tempi brevissimi, le barriere all’entrata per la creazione di software si abbassano drasticamente, rendendo gli app store poco più che un’ennesima modalità di packaging piuttosto che il fulcro dell’ecosistema digitale.

Al tempo stesso, questa transizione pone questioni di governance, sicurezza e business model: se il software non è più un’entità discreta da scaricare, come vengono gestiti aggiornamenti, controllo qualità, responsabilità e monetizzazione? La visione proposta da Karpathy invita a ripensare non solo il modello degli app store, ma l’intero ciclo di vita del software nell’era dell’AI, dove il confine tra creazione e fruizione diventa sempre più sfumato.

Di Fantasy