Immaginate di passeggiare tra i vialetti e i saloni del celebre Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera e di imbattervi nel padrone di casa in carne e ossa, pronto a rispondere alle vostre domande come farebbe un custode o uno studioso appassionato. Invece di un attore in costume, quello che vi accoglie è un ologramma sofisticato e dotato di intelligenza artificiale, un progetto tecnologico che ha l’obiettivo di far rivivere virtualmente uno dei personaggi più complessi e affascinanti della cultura italiana, Gabriele D’Annunzio, noto come il “Vate” e figura di spicco della letteratura e della vita pubblica tra Otto e Novecento. L’idea, resa possibile grazie all’iniziativa di Giordano Bruno Guerri, storico e direttore della Fondazione che gestisce il Vittoriale, era ambiziosa: nutrire un motore di intelligenza artificiale con migliaia di pagine delle opere, lettere private e biografie del poeta per creare un gemello digitale in grado di parlare, rispondere alle domande dei visitatori e riprodurre il carattere vivace e talvolta provocatorio che ha contraddistinto la sua figura storica.
Tuttavia, nel corso della fase di “allenamento” dell’algoritmo, è emerso un paradosso che ha sorpreso lo stesso Guerri e gli esperti coinvolti: l’IA si è mostrata troppo educata e fin troppo moderata, integrando nel suo linguaggio un rigore eccessivo verso quelli che dovrebbero essere contenuti potenzialmente scomodi o spinosi del pensiero dannunziano. In pratica, anziché restituire il carattere ribelle, anticonformista e passionale del vero D’Annunzio, l’ologramma tendeva a rispondere in modo cautelativo, quasi temesse di offendere o di infrangere regole di linguaggio politicamente corretto. Questo atteggiamento “buonista” dell’IA ha fatto sorgere interrogativi non soltanto tecnici ma anche culturali sul rischio di riprodurre artificialmente personaggi storici in una versione edulcorata e distorta della loro identità.
Il problema è tanto evidente quanto profondo, perché l’obiettivo di far dialogare i visitatori con una proiezione digitale di D’Annunzio non è semplicemente tecnologico, ma riguarda il modo in cui interpretiamo e trasmettiamo la memoria culturale. D’Annunzio, figura centrale della letteratura italiana e protagonista attivo nel panorama culturale e politico della fine dell’Ottocento e degli inizi del Novecento, è stato uomo di eccessi, di fervore estetico e di sfide alle convenzioni sociali e artistiche, un poeta che ha fatto dell’audacia e della passione gli strumenti principali della sua espressione personale e pubblica. Tradurre questa complessità in codice digitale significa confrontarsi con i limiti attuali dell’intelligenza artificiale e con i filtri interpretativi che inevitabilmente vengono imposti dai dataset e dalle regole che guidano l’addestramento dei modelli.
Durante un intervento al Premio Marte, ripreso anche dal direttore Tommaso Cerno, Guerri ha sottolineato come l’algoritmo che gestisce il cervello dell’ologramma sembri vittima dei propri limiti di programmazione, aderendo troppo strettamente a norme di linguaggio contemporaneo, di inclusività e di moderazione, piuttosto che riflettere la personalità autentica di D’Annunzio. Secondo Cerno, il rischio è addirittura quello di ritrovarsi davanti a un ologramma che riflette più il pensiero di un politico moderno che quello di un poeta-soldato della Belle Époque, con tutto il suo carisma controverso e la sua verve polemica.
Questa vicenda evidenzia una questione più ampia e complessa: cosa accade quando cerchiamo di rieditare il passato attraverso strumenti tecnologici che rispondono a criteri contemporanei? L’intelligenza artificiale non è neutrale, e gli algoritmi, per quanto sofisticati, portano con sé valori e limitazioni insite nei dati con cui vengono addestrati e nelle scelte di chi li programma. Il progetto dell’ologramma di D’Annunzio pone così un interrogativo più profondo sulla nostra identità culturale e sull’uso che facciamo dell’IA: se costruiamo versioni digitali di figure storiche filtrate da regole di comportamento attuali, rischiamo di uniformare le personalità storiche alle sensibilità odierne, cancellando le contraddizioni e i tratti più autentici che hanno caratterizzato le loro vite e opere.
Il lavoro che ora attende Guerri e il suo team non è soltanto tecnico, ma profondamente interpretativo: si tratta di “liberare” l’ologramma dai filtri digitali che lo rendono fin troppo prudente, restituendo così al pubblico una rappresentazione più fedele, anche nelle sue componenti scomode e controverse, di uno dei più grandi protagonisti della cultura italiana. Questo sforzo è importante non solo per preservare la memoria storica, ma anche per riflettere criticamente sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella rappresentazione e nella trasmissione del passato, ricordandoci che la tecnologia non sostituisce la complessità umana, ma può aiutare a metterla in dialogo con il presente senza tradirla.
