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Quattro consumatori hanno presentato il 18 settembre 2026 una class action presso la Corte distrettuale federale per il Northern District of California, nella divisione di San Francisco, accusando Anthropic, OpenAI, SpaceXAI e Google di avere coordinato le proprie attività per rallentare il ritmo di miglioramento dei rispettivi sistemi di intelligenza artificiale di frontiera. I ricorrenti sono Charles Buist e Nick Spetsas, residenti in Florida, e Cheyenne Hunt e Christine Bullock, residenti in California, che agiscono sia individualmente sia per conto di una classe nazionale proposta. La causa indica come convenute Anthropic PBC, OpenAI OpCo LLC, SpaceXAI LLC e Google LLC e sostiene che il presunto coordinamento tra concorrenti violerebbe la Section 1 dello Sherman Act, la norma federale statunitense che vieta contratti, combinazioni e cospirazioni restrittive della concorrenza. Secondo la tesi dei ricorrenti, un accordo tra imprese concorrenti destinato a ridurre la qualità dei prodotti o a diminuirne il ritmo di miglioramento sarebbe assimilabile a una restrizione dell’output e non diventerebbe legittimo per il solo fatto di riguardare tecnologie nuove. La condotta viene quindi contestata come illecita per se e, in alternativa, secondo i criteri del quick-look e della rule of reason.

La causa precisa che l’iniziativa non mette in discussione il principio della sicurezza dell’intelligenza artificiale né le decisioni adottate autonomamente dalle singole aziende in materia di test, sicurezza, impatto ambientale o velocità di sviluppo. I ricorrenti sostengono però che eventuali limiti comuni dovrebbero essere stabiliti attraverso la regolamentazione federale e statale e attraverso le istituzioni pubbliche, anziché derivare da accordi tra aziende concorrenti. Non vengono inoltre contestate le attività di interlocuzione delle società con il Congresso o con la Casa Bianca. Il legale principale dei ricorrenti è Nicholas C. Rowley, affiancato da Andrew T. Tutt, R. Stanton Jones e Jakob Z. Norman dello studio Trial Lawyers for Justice.

La ricostruzione contenuta nella denuncia colloca l’inizio del presunto coordinamento diversi mesi prima degli interventi pubblici di settembre. Nel luglio 2026 rappresentanti di Anthropic, OpenAI e Google avrebbero costituito un gruppo di lavoro che si sarebbe riunito regolarmente con l’obiettivo di sviluppare un organismo di standardizzazione per il settore. Il 14 luglio Demis Hassabis, cofondatore di Google DeepMind, aveva inoltre proposto pubblicamente la creazione di un organismo statunitense dedicato agli standard per l’AI di frontiera, ispirato in parte al modello della Financial Industry Regulatory Authority. Il 6 settembre OpenAI aveva poi pubblicato “An Alien Mind”, un testo del chief scientist Jakub Pachocki nel quale il coordinamento tra sviluppatori di modelli di frontiera per rallentare lo sviluppo futuro veniva indicato tra le principali opzioni disponibili. La denuncia richiama anche informazioni pubblicate il 10 settembre secondo cui OpenAI avrebbe chiesto indicazioni a membri del Congresso sull’eventuale incompatibilità tra un rallentamento coordinato dell’intero settore e le norme antitrust, oltre a dichiarazioni dell’11 settembre nelle quali Sam Altman aveva previsto la possibile nascita di un piano comune tra le aziende senza entrare nei dettagli delle discussioni private.

Un altro passaggio centrale della ricostruzione riguarda il 12 settembre 2026, quando il CEO di Anthropic Dario Amodei ha pubblicato “We Must Pace the Frontier”, sostenendo la necessità di rallentare il ritmo con cui vengono migliorate le capacità dei modelli di intelligenza artificiale. Secondo quanto sostenuto nella causa, nel giro di circa un’ora Elon Musk avrebbe espresso pubblicamente il proprio sostegno alla proposta per SpaceXAI e Grok, mentre Sam Altman avrebbe dichiarato di concordare con Amodei e di impegnare OpenAI sul primo passaggio del piano. Anche Hassabis avrebbe appoggiato pubblicamente la direzione indicata, collegandola alla proposta di un organismo comune di standardizzazione avanzata a luglio. Il 14 settembre Altman avrebbe inoltre affermato che il progresso dell’intelligenza artificiale sarebbe proceduto più lentamente di quanto avrebbe potuto fare in assenza di queste iniziative e che OpenAI non avrebbe atteso un’esenzione antitrust o un intervento legislativo prima di iniziare a lavorare con altre aziende del settore. Il giorno successivo Chris Lehane, responsabile delle politiche globali di OpenAI, avrebbe confermato che OpenAI stava già lavorando da alcune settimane con Anthropic e Google DeepMind sui temi in questione.

La proposta formulata da Amodei prevedeva tre livelli di intervento. Il primo consiste nell’impiego di valutatori indipendenti esterni integrati nelle aziende con un livello di accesso ai modelli e alle pipeline di addestramento simile a quello dei dipendenti, misura che Anthropic ha dichiarato di voler adottare autonomamente. Il secondo riguarda invece il coordinamento tra le aziende che sviluppano modelli di frontiera nei Paesi democratici, con l’obiettivo di definire standard comuni di sicurezza e limiti alla velocità con cui l’AI può avanzare senza adeguati controlli. Il terzo estende il principio della cooperazione a livello globale, includendo, dove possibile, anche i governi autoritari. Lo stesso testo riconosce in una nota che il secondo livello richiederebbe la mediazione delle autorità pubbliche oppure specifiche deroghe alle norme antitrust, pur invitando le aziende a lavorare volontariamente insieme parallelamente all’eventuale intervento dei governi.

La denuncia collega il presunto accordo anche a “Pacing the Frontier”, una dichiarazione pubblicata nel luglio 2026 da dipendenti di diverse società impegnate nello sviluppo di AI di frontiera, con il supporto organizzativo delle organizzazioni non profit Guidelight AI Standards ed Encode AI. Il documento ha raccolto 1.386 firme, comprese quelle di Dario Amodei, dei cofondatori di Anthropic Jared Kaplan e Jack Clark, di Jakub Pachocki e del chief research officer di OpenAI Mark Chen e del cofondatore di Google DeepMind Shane Legg. I firmatari descrivevano una forte pressione competitiva che rende difficile per una singola società rallentare autonomamente lo sviluppo delle capacità dei modelli e chiedevano al governo statunitense di sostenere un’iniziativa internazionale per sviluppare strumenti tecnici e sistemi di governance capaci di regolare deliberatamente il ritmo di avanzamento dell’AI di frontiera.

Sul piano economico, i ricorrenti individuano come mercato rilevante quello statunitense degli abbonamenti a pagamento destinati ai consumatori per assistenti di intelligenza artificiale generativa general purpose di frontiera, comprendendo quindi le versioni a pagamento di ChatGPT, Claude, Grok e Gemini. La denuncia sostiene, sulla base delle informazioni disponibili ai ricorrenti, che le quattro aziende rappresentino complessivamente almeno l’80% degli abbonamenti consumer a pagamento in questo mercato e ricorda, come riferimento, il prezzo di circa 20 dollari al mese previsto per ChatGPT Plus. La tesi relativa al danno economico parte dal fatto che questi abbonamenti vengono commercializzati anche in funzione dell’accesso ai modelli più avanzati e ai loro continui miglioramenti: un accordo volto a rallentare volontariamente tale evoluzione ridurrebbe quindi, secondo i ricorrenti, la qualità del servizio ricevuto a fronte dello stesso prezzo, configurando una forma di sovrapprezzo rilevante ai fini della normativa antitrust. Buist, Hunt e Spetsas dichiarano di avere acquistato abbonamenti a pagamento a Claude, ChatGPT, Grok e Gemini, mentre Bullock risulta abbonata a Claude.

La classe nazionale proposta comprende tutte le persone negli Stati Uniti che, dal 12 settembre 2026 fino alla cessazione degli effetti della condotta contestata, abbiano acquistato direttamente da una delle quattro aziende un abbonamento individuale consumer a pagamento a uno dei servizi interessati. Sono previste inoltre sottoclassi separate per gli utenti di ciascuna società. I ricorrenti chiedono il riconoscimento di danni tripli ai sensi del Clayton Act e un’ingiunzione che impedisca alle aziende di stipulare, mantenere, applicare o monitorare accordi orizzontali riguardanti il ritmo di sviluppo, miglioramento, addestramento o rilascio dei prodotti AI concorrenti, eventuali limiti alla capacità di calcolo o alle sessioni di addestramento, ritardi coordinati nei rilasci, checkpoint relativi alle capacità dei modelli o lo scambio di informazioni commercialmente sensibili finalizzato a controllare il rispetto di tali restrizioni. La richiesta non mira invece a impedire misure di sicurezza adottate indipendentemente, rallentamenti decisi autonomamente dalle singole società, attività legittime di ricerca sulla sicurezza, adempimenti imposti dalle autorità, attività di lobbying o iniziative legittime di standardizzazione. La causa richiede infine un processo con giuria.

Questo articolo è stato redatto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale (AI)

Di Fantasy