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Il dibattito sull’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro si concentra generalmente sul rischio che l’automazione elimini occupazioni più rapidamente di quanto l’economia riesca a crearne di nuove. Le tendenze demografiche statunitensi indicano però un problema di segno opposto: nei prossimi anni potrebbe non esserci un numero sufficiente di lavoratori per sostituire chi lascia il mercato del lavoro e sostenere la produzione richiesta da una popolazione sempre più anziana.

Una ricerca condotta da Steven Ruggles, demografo e professore dell’Università del Minnesota, ricostruisce l’evoluzione degli ingressi e delle uscite dalla forza lavoro statunitense dal 1910 e proietta queste dinamiche fino al 2040. I risultati mostrano che la lunga espansione provocata dalla generazione del baby boom sta terminando e che gli Stati Uniti si stanno avvicinando a una fase nella quale il numero di persone che lavorano o cercano attivamente un’occupazione potrebbe iniziare a diminuire.

Secondo le stime di Ruggles, nei dieci anni che terminano nel 2030 la forza lavoro statunitense dovrebbe aumentare complessivamente di circa 9,1 milioni di persone. Sarebbe l’incremento decennale più basso registrato dal periodo conclusosi nel 1960. Tra il 2030 e il 2040, il saldo potrebbe diventare negativo, con una contrazione di circa 2,1 milioni di lavoratori, pari all’1,3% della forza lavoro.

Questi valori non indicano che nel 2040 lavoreranno soltanto 2,1 milioni di persone in meno rispetto a oggi. Descrivono il risultato netto tra chi entrerà nel mercato del lavoro e chi ne uscirà durante quel decennio. La differenza è importante perché, per gran parte del Novecento, ogni generazione di nuovi lavoratori è stata sufficientemente numerosa da sostituire chi andava in pensione e aumentare contemporaneamente l’offerta complessiva di lavoro.

Il titolo della ricerca, “The pig in the python”, richiama un’espressione utilizzata per descrivere il passaggio della grande generazione del baby boom attraverso la struttura demografica statunitense. Come un elemento voluminoso che attraversa progressivamente un sistema, questa generazione ha prima ampliato il numero dei bambini, poi quello degli studenti, successivamente la popolazione attiva e infine la fascia dei pensionati. Il suo ingresso nel mercato del lavoro ha aumentato fortemente l’offerta di manodopera; l’uscita produce ora l’effetto inverso.

La riduzione non dipende esclusivamente dal pensionamento dei baby boomer. Negli Stati Uniti il numero delle nascite è diminuito del 17% tra il 2007 e il 2024. Le generazioni meno numerose nate in questo periodo raggiungeranno l’età lavorativa durante gli anni Trenta, proprio mentre una quota elevata degli occupati più anziani abbandonerà il mercato.

Una previsione simile era già stata formulata alla fine degli anni Settanta. L’economista e demografo Richard Easterlin aveva ipotizzato che, dopo l’arrivo dei baby boomer nel mercato del lavoro, la successiva generazione meno numerosa avrebbe determinato un aumento della scarsità di lavoratori e una ripresa dei salari dei giovani.

Quella transizione si verificò però molto più lentamente del previsto. Due cambiamenti compensarono la minore dimensione delle generazioni successive: il forte aumento della partecipazione femminile al lavoro e la crescita dell’immigrazione. Milioni di donne entrarono nel mercato del lavoro, mentre l’afflusso di persone nate all’estero ampliò ulteriormente la popolazione attiva.

Secondo Ruggles, entrambi i fattori hanno ormai perso parte della capacità di sostenere la crescita osservata nei decenni precedenti. La partecipazione femminile non può continuare ad aumentare con la stessa intensità perché una quota già molto elevata delle donne in età lavorativa è occupata o cerca lavoro. Anche l’immigrazione rimane una variabile decisiva, ma il suo andamento futuro dipende dalle scelte politiche e non può essere considerato sufficiente, nelle proiezioni di base, a compensare integralmente la diminuzione naturale della forza lavoro.

Un aumento consistente dell’immigrazione potrebbe modificare le previsioni e ritardare o evitare la contrazione. Le proiezioni non devono quindi essere interpretate come un risultato inevitabile, ma come la conseguenza delle tendenze attuali e delle ipotesi adottate su nascite, mortalità, partecipazione e flussi migratori.

Se il numero dei lavoratori disponibili diminuisse realmente, l’impatto economico sarebbe molto diverso da quello associato alla disoccupazione di massa. Le imprese avrebbero maggiori difficoltà a trovare personale, soprattutto nei settori nei quali la domanda non può essere ridotta o spostata facilmente. La competizione per i dipendenti potrebbe aumentare salari, benefici e potere contrattuale, rafforzando anche la capacità negoziale dei sindacati.

La maggiore forza dei lavoratori non eliminerebbe tuttavia i problemi macroeconomici. Una popolazione anziana richiede più servizi sanitari, assistenza, pensioni e risorse pubbliche, mentre una forza lavoro più piccola deve produrre il reddito necessario a sostenerli. Senza un aumento della produttività, una riduzione del numero di occupati può limitare la crescita complessiva e comprimere la base fiscale.

È in questo contesto che l’intelligenza artificiale assume un ruolo differente da quello normalmente associato alla sostituzione dei posti di lavoro. Se il lavoro umano diventa più raro e costoso, le imprese hanno un incentivo maggiore a investire in tecnologie che permettono a ciascun dipendente di produrre di più o che automatizzano una parte delle attività ripetitive.

L’AI potrebbe quindi non essere adottata soltanto per ridurre il costo di una forza lavoro abbondante, ma per mantenere la produzione quando la forza lavoro non è più sufficiente. Un’azienda che non riesce ad assumere personale amministrativo, tecnici, operatori dell’assistenza o analisti potrebbe utilizzare sistemi automatizzati per gestire una parte dei compiti e concentrare i dipendenti sulle attività che richiedono esperienza, responsabilità o intervento fisico.

Questa interpretazione non implica che l’intelligenza artificiale creerà automaticamente un equilibrio positivo. Per compensare il rallentamento demografico, la tecnologia dovrebbe generare incrementi di produttività sufficientemente grandi, diffondersi nei settori che soffrono maggiormente la carenza di personale e arrivare in tempo rispetto alla velocità con cui le persone abbandonano il lavoro.

Un secondo studio, realizzato da Daron Acemoglu, David Autor, Keelan Beirne e Andrew Scott, analizza proprio il rapporto tra rallentamento demografico, scarsità del lavoro e innovazione. I ricercatori hanno esaminato dati relativi a economie nazionali e comunità statunitensi per comprendere come la diminuzione delle nascite e la minore disponibilità di lavoratori giovani abbiano influenzato storicamente investimenti, salari e produzione.

I risultati mettono in discussione l’idea secondo cui una crescita più lenta della popolazione determini necessariamente un peggioramento delle condizioni economiche individuali. Nei dati analizzati, una minore crescita demografica risulta associata a un aumento del prodotto interno lordo per adulto in età lavorativa e a salari più elevati.

Il punto centrale riguarda la reazione delle imprese. Quando i lavoratori giovani diventano più difficili da trovare, il costo del lavoro aumenta e rende più conveniente investire in macchinari, software, processi produttivi e tecnologie capaci di ridurre la quantità di manodopera necessaria per ogni unità prodotta.

La scarsità agisce quindi come un incentivo all’innovazione. Nei Paesi e nelle aree statunitensi caratterizzati da una diminuzione delle nascite, i ricercatori hanno rilevato una maggiore produzione di brevetti relativi a tecnologie che risparmiano lavoro e una crescita delle attività ad alta intensità tecnologica.

Questo meccanismo può aumentare la produttività abbastanza da compensare la minore crescita della popolazione attiva. Un’impresa che non può espandersi assumendo più persone deve cercare di ottenere una maggiore produzione dai lavoratori disponibili. L’effetto può tradursi in nuovi investimenti, miglioramenti organizzativi e salari più elevati.

Il rapporto non deve però essere semplificato affermando che la diminuzione della popolazione sia sempre economicamente favorevole. Il prodotto interno lordo complessivo può crescere più lentamente quando ci sono meno persone che lavorano e consumano. L’aumento del PIL per adulto in età lavorativa descrive il miglioramento della produzione media, non garantisce che ogni servizio pubblico o sistema previdenziale rimanga sostenibile.

Anche la distribuzione dei vantaggi può essere diseguale. Le imprese con capitali, competenze e infrastrutture adatte all’automazione possono reagire rapidamente alla scarsità del personale. Le organizzazioni più piccole, i servizi pubblici e i settori con bassi margini potrebbero invece non riuscire a finanziare gli investimenti necessari.

L’intelligenza artificiale rappresenta una possibile nuova generazione di tecnologia labour-saving, ma presenta caratteristiche differenti rispetto ai macchinari industriali del passato. Può essere distribuita attraverso software e servizi cloud, richiede investimenti iniziali relativamente contenuti in alcune applicazioni e può essere aggiornata rapidamente. Queste caratteristiche potrebbero accelerarne l’adozione.

La tecnologia può aumentare la capacità di un lavoratore di analizzare documenti, scrivere codice, gestire richieste, preparare comunicazioni, confrontare dati o pianificare operazioni. In questi casi l’AI non elimina necessariamente la posizione, ma consente allo stesso numero di persone di gestire un volume maggiore di attività.

Un sistema sanitario con pochi addetti amministrativi potrebbe automatizzare la classificazione dei documenti e la programmazione degli appuntamenti. Un’impresa manifatturiera potrebbe utilizzare modelli predittivi per ridurre i guasti e limitare gli interventi non necessari. Un ente pubblico potrebbe impiegare assistenti digitali per gestire le richieste più semplici, lasciando al personale umano i casi complessi.

L’applicazione risulta però più difficile proprio in alcuni dei settori nei quali la carenza di lavoratori è destinata a diventare più grave. Assistenza agli anziani, edilizia, manutenzione, logistica, agricoltura, ristorazione e numerose attività sanitarie richiedono presenza fisica, manualità e capacità di intervenire in ambienti poco strutturati.

I modelli linguistici possono alleggerire le componenti amministrative di questi lavori, ma non possono sostituire direttamente un infermiere che assiste un paziente, un tecnico che ripara un impianto o un operaio che esegue un intervento in cantiere. Per affrontare queste carenze sarebbero necessari anche robot, macchinari autonomi, nuove attrezzature e una riorganizzazione dei processi.

Da questa differenza deriva il rischio di una polarizzazione. L’intelligenza artificiale potrebbe essere adottata molto rapidamente negli impieghi d’ufficio, nei quali i compiti sono digitali e facilmente accessibili ai modelli, provocando riduzioni di personale in alcune professioni amministrative e cognitive. Nello stesso momento, i settori manuali e assistenziali potrebbero continuare a non trovare lavoratori.

L’economia potrebbe quindi presentare contemporaneamente licenziamenti in determinate occupazioni e gravi carenze in altre. Non esisterebbe una contraddizione: il problema non sarebbe il numero totale di posti disponibili, ma la mancata corrispondenza tra competenze, luoghi, condizioni di lavoro e attività che possono essere automatizzate.

La transizione richiederebbe formazione e mobilità professionale. Un lavoratore sostituito in un’attività amministrativa non può essere trasferito automaticamente in un settore sanitario, industriale o tecnico nel quale mancano persone. Sono necessari percorsi di riqualificazione, certificazioni, esperienza pratica e spesso anche la disponibilità a cambiare sede o condizioni di lavoro.

Un’altra incognita riguarda l’entità reale dell’aumento di produttività prodotto dall’AI. L’automazione di singoli compiti non si traduce necessariamente in un incremento equivalente della produttività dell’intera economia. Le imprese devono integrare gli strumenti nei propri processi, modificare ruoli e responsabilità, formare i dipendenti e controllare gli errori.

Se l’intelligenza artificiale produce risultati imprecisi o richiede una verifica umana continua, una parte del tempo risparmiato viene assorbita dal controllo. I benefici possono inoltre concentrarsi in poche attività digitali, mentre i settori con il maggiore peso economico continuano a operare con metodi tradizionali.

Acemoglu ha più volte espresso prudenza sulle previsioni di un aumento immediato e generalizzato della produttività. Nel contesto della scarsità demografica, il rischio non è soltanto che l’AI faccia troppo e sostituisca molti lavoratori, ma anche che faccia troppo poco o che venga introdotta troppo lentamente per compensare l’uscita delle generazioni più anziane.

La velocità rappresenta una variabile decisiva. Le persone nate durante il baby boom stanno già lasciando il lavoro, mentre la forte diminuzione delle nascite iniziata dopo il 2007 produrrà il suo effetto pieno sugli ingressi durante gli anni Trenta. Le imprese e le amministrazioni dispongono quindi di un periodo relativamente limitato per adattare tecnologie, formazione e organizzazione.

Le politiche pubbliche possono intervenire su più fronti. L’immigrazione può aumentare direttamente il numero dei lavoratori, soprattutto nelle occupazioni in cui l’automazione è difficile. Una maggiore partecipazione delle persone anziane può trattenere competenze nel mercato del lavoro, purché le condizioni di salute e l’organizzazione delle attività lo permettano.

Anche servizi per l’infanzia, maggiore flessibilità e strumenti di conciliazione possono aumentare la partecipazione delle persone che oggi rimangono fuori dal mercato. Queste misure non sostituiscono gli investimenti tecnologici, ma possono ridurre l’intensità della carenza.

L’AI dovrebbe quindi essere considerata una delle componenti della risposta, non una soluzione autosufficiente. Può aumentare la produttività, ridurre alcuni fabbisogni e aiutare i lavoratori disponibili a gestire più attività. Non può però correggere da sola la distribuzione geografica della popolazione, formare personale qualificato o svolgere tutte le attività fisiche necessarie a un’economia.

Il cambiamento demografico modifica anche il modo di valutare gli effetti dell’automazione. In un mercato con molti disoccupati, una tecnologia che riduce il fabbisogno di personale può aggravare la difficoltà di trovare un impiego. In un mercato con un numero insufficiente di lavoratori, la stessa tecnologia può impedire la chiusura di attività, mantenere disponibili servizi essenziali e sostenere i salari.

Gli effetti dipendono quindi dal momento, dal settore e dal tipo di compito. La sostituzione di un’attività può essere problematica per il singolo lavoratore coinvolto e contemporaneamente utile per un’economia che affronta una carenza complessiva di manodopera. Valutare soltanto il saldo totale dei posti rischia di nascondere entrambe le dimensioni.

Le proiezioni di Ruggles non eliminano il rischio di perdita di posti di lavoro causata dall’intelligenza artificiale. Mostrano però che il futuro mercato del lavoro statunitense potrebbe essere caratterizzato da una combinazione più complessa: forza lavoro complessivamente stagnante o in calo, domanda elevata in alcuni settori e rapida automazione di determinate professioni digitali.

La principale sfida sarà fare in modo che gli aumenti di produttività arrivino dove il lavoro è realmente scarso, invece di concentrarsi esclusivamente nelle attività più facili da automatizzare. Ciò richiederà investimenti non soltanto nei modelli generativi, ma anche in robotica, infrastrutture, formazione, servizi pubblici e riprogettazione dei luoghi di lavoro.

Di ihal