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In queste settimane un acceso dibattito ha investito la magistratura e l’opinione pubblica italiana, non tanto per una svolta tecnologica nell’esercizio della funzione giudiziaria, quanto per la scoperta di un software basato su intelligenza artificiale che è stato attivato sui computer di magistrati e personale amministrativo nei tribunali e nelle procure di tutta Italia. È emerso, come racconta un articolo di Open, che all’inizio del nuovo anno, precisamente il 1° gennaio, molti pc di servizio nelle sedi giudiziarie si sono ritrovati con installato un tool di Microsoft che utilizza l’AI per supportare alcune attività degli operatori della giustizia, come la sintesi di documenti e la ricerca interna nei fascicoli.

Questa scoperta arriva in un momento già teso sul piano della tecnologia in ambito giudiziario, con un’altra controversia legata a un programma di gestione remota dei computer — un software per la manutenzione tecnica che, secondo l’inchiesta televisiva della trasmissione Report, sarebbe stato installato senza piena consapevolezza da parte degli utenti, consentendo in teoria ad amministratori con privilegi elevati di visualizzare contenuti e attività dei magistrati sui loro desktop. Questo fatto ha alimentato dubbi sulla sicurezza e sulla privacy degli operatori della giustizia, proprio mentre si discute di innovare e digitalizzare sempre più profondamente le procedure interne ai tribunali e alle procure.

La lettera di risposta che il Dicastero di via Arenula ha inviato ai magistrati cerca di spiegare la presenza dell’intelligenza artificiale come una sperimentazione interna di supporto, ribadendo che questo copilot AI non incide sugli aspetti decisionali dell’attività giudiziaria vera e propria, che rimane pienamente autonoma e sottoposta alla discrezionalità di ciascun magistrato. Nel testo si sottolinea inoltre che l’uso del sistema non è obbligatorio, che ci saranno percorsi di aggiornamento formativo per chi vuole approfondire e che chi non desidera utilizzare l’AI può richiederne la disattivazione compilando una specifica domanda online. Dal punto di vista del ministero, la tecnologia sarebbe inserita all’interno di un pacchetto software gestito con alti standard di sicurezza e nel rispetto delle normative vigenti.

Nonostante queste rassicurazioni formali, le perplessità fra i magistrati restano considerevoli. L’idea che un sistema di AI possa sintetizzare automaticamente documenti giudiziari o effettuare ricerche sui fascicoli di indagine ha sollevato interrogativi sull’opportunità di introdurre strumenti tecnologici così potenti in ambiti in cui sono in gioco dati altamente sensibili, segreti istruttori e la riservatezza delle strategie processuali. Anche perché il dibattito sulla loro introduzione non è avvenuto in modo trasparente o condiviso, ma è emerso in modo quasi improvviso, suscitando reazioni tra chi teme che strumenti simili, se non adeguatamente regolamentati, possano influenzare indirettamente la percezione o l’organizzazione del

La situazione italiana si inserisce in un contesto più ampio di riflessione internazionale sull’uso dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari. Organismi come l’UNESCO e il Consiglio d’Europa stanno lavorando da anni a linee guida e carte etiche che pongono importanti principi di trasparenza, controllo umano e tutela dei diritti fondamentali nella progettazione e nell’utilizzo di sistemi AI negli uffici giudiziari e nei tribunali. Questi documenti sottolineano l’importanza di mantenere la centralità del giudizio umano e di garantire che ogni tecnologia adottata sia soggetta a verifiche, spiegazioni accessibili e audit indipendenti per evitare rischi di discriminazione, errori sistematici o violazioni di diritti personali.

La questione tocca un punto delicato: da un lato, la digitalizzazione e l’adozione di strumenti basati sull’AI possono effettivamente alleggerire oneri burocratici, accelerare alcune attività ripetitive e aiutare i magistrati a orientarsi in enormi quantità di testi e documenti giudiziari. Dall’altro, l’introduzione di sistemi intelligenti deve essere accompagnata da regole chiare, trasparenti e condivise, soprattutto quando si parla di giustizia, un ambito in cui i valori di imparzialità, indipendenza e tutela della privacy sono fondamentali. Senza queste garanzie, la tecnologia rischia di essere percepita non come un supporto, ma come un elemento di controllo o di intrusione nella sfera professionale dei magistrati, con ricadute potenzialmente gravi sulla fiducia nel sistema giudiziario.

Di Fantasy