La guerra fredda tecnologica tra Stati Uniti e Cina sta vivendo un paradosso senza precedenti che rischia di destabilizzare l’intera infrastruttura globale dell’intelligenza artificiale. Al centro della disputa si trova l’H200, uno dei processori grafici più potenti prodotti da NVIDIA, la cui distribuzione è diventata il terreno di uno scontro incrociato tra le decisioni di apertura dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump e le improvvise chiusure doganali imposte dal governo di Pechino. Questa situazione di incertezza non sta solo influenzando i mercati azionari, ma sta provocando un effetto domino lungo la catena di fornitura che potrebbe richiedere anni per essere riassorbito.
Il blocco delle importazioni deciso dalla Cina ha colpito duramente i produttori di componenti hardware, in particolare quelli specializzati nella realizzazione di circuiti stampati (PCB). Questi non sono componenti generici, ma pezzi ingegnerizzati su misura per rispondere alle specifiche esigenze termiche e strutturali dell’H200. Poiché tali circuiti non possono essere adattati ad altri prodotti, le aziende fornitrici si trovano oggi con linee di produzione ferme e il rischio concreto di dover smaltire tonnellate di materiale inutilizzabile. Il problema principale risiede nella rigidità di questi processi industriali: una volta che una linea di produzione specifica viene interrotta, il suo riavvio non è immediato e può richiedere mesi di lavoro, compromettendo la capacità di NVIDIA di rispondere prontamente a un’eventuale riapertura del mercato.
Questa instabilità sta mettendo a dura prova la resilienza della supply chain proprio nel momento in cui la domanda globale di potenza computazionale è ai massimi storici. NVIDIA, che aveva pianificato la spedizione di milioni di unità verso la Cina a partire da marzo, si è trovata spiazzata dalla decisione delle autorità doganali di Shenzhen di negare lo sdoganamento dei primi carichi arrivati a Hong Kong. Dietro questa mossa sembra celarsi una spaccatura interna al governo cinese. Se da un lato alcuni ministeri temono che il blocco dei chip americani possa rallentare lo sviluppo dei modelli AI nazionali, lasciando la Cina indietro rispetto agli Stati Uniti, dall’altro le autorità di regolamentazione spingono per una maggiore indipendenza tecnologica, incentivando l’uso di processori prodotti internamente.
L’incertezza politica sta influenzando profondamente anche le strategie delle grandi aziende tecnologiche cinesi. Molte realtà, di fronte all’impossibilità di ricevere i chip H200, hanno iniziato a cancellare i propri ordini, cercando di spostare i propri investimenti verso modelli ancora più avanzati come i B200 e B300, nonostante la loro importazione sia attualmente vietata. Questa situazione sta alimentando un pericoloso mercato nero dei semiconduttori, dove i chip vengono scambiati a prezzi gonfiati attraverso canali non ufficiali, rendendo ancora più difficile per i governi monitorare la diffusione delle tecnologie sensibili.
