Per capire che rapporto ci sia tra una richiesta fatta a un modello di intelligenza artificiale e una risorsa concreta come l’acqua bisogna guardare dentro i rack di un data center. L’elaborazione dei dati impegna i microchip a piena potenza, e questo lavoro di calcolo li scalda per effetto Joule fino a superare i 45°C. Per riportarli in temperatura gran parte degli impianti ricorre a sistemi evaporativi: torri di raffreddamento in cui il calore sottratto ai circuiti viene smaltito facendo evaporare acqua in atmosfera. È un’acqua che esce dal ciclo locale e non torna immediatamente disponibile, ed è qui che il consumo idrico smette di essere un dettaglio tecnico e diventa una questione di territorio.
L’intelligenza artificiale ha cambiato la scala del fenomeno. I consumi vanno distinti in due fasi: l’addestramento, durante il quale un modello “studia” per mesi macinando enormi quantità di dati, e l’inferenza, cioè il momento in cui il modello già addestrato risponde all’utente. Oggi a pesare di più sono l’addestramento dei grandi modelli linguistici e generativi, la ricerca biomedica applicata a farmaci e genomi, la guida autonoma e il trading ad alta frequenza. Ma è l’uso quotidiano a sorprendere per il salto di ordine di grandezza: una ricerca tradizionale su un motore di ricerca si aggira intorno a 0,3 Wh, mentre l’elaborazione di un testo da parte di un sistema di AI può arrivare a 9 Wh. Moltiplicato per miliardi di interazioni, il dato spiega perché si prevede che presto l’inferenza superi l’addestramento come voce di consumo, mettendo sotto pressione la rete elettrica. Sul piano idrico la fotografia globale parla di circa 560 miliardi di litri di acqua dolce l’anno destinati a questi impianti, con stime in crescita.
L’Italia si sta candidando a diventare un hub digitale europeo, con la concentrazione maggiore di data center tra Lombardia, Piemonte e Veneto. Le stime parlano di un consumo idrico nazionale del settore vicino ai 2-3 miliardi di litri l’anno, l’equivalente del fabbisogno di una città di 40.000 abitanti, che si somma a una rete già stressata dalla crisi climatica e dall’agricoltura intensiva di pianura. Il segnale più eloquente arriva dalle richieste di allacciamento alla rete in alta tensione, passate da 5 nel 2019 a 450 nel 2026: una traiettoria che porta a stimare per il 2035 un consumo elettrico dei data center compreso tra il 7% e il 13% del totale nazionale, contro l’1,9% del 2024. Il nodo è geografico oltre che numerico, perché la Lombardia ospita circa il 70% degli impianti ed è allo stesso tempo il cuore della produzione idroelettrica italiana: il Nord potrebbe dover fornire fino a 14 TWh aggiuntivi l’anno entro il 2030, una quota paragonabile a un terzo dell’intera produzione idroelettrica in un’annata siccitosa. È così che le risorse generate a monte, nei bacini alpini, entrano direttamente nel bilancio energetico e idrico di un settore che cresce a valle.
Il quadro normativo, intanto, fatica a tenere il passo. Le direttive europee sull’efficienza energetica fissano valori minimi di prestazione degli impianti, soglie di consumo idrico e obblighi di approvvigionamento da fonti rinnovabili tramite contratti di lungo termine, ma sul piano interno restano ambiguità urbanistiche rilevanti, a partire dall’individuazione delle aree dismesse come unici siti idonei e dalla questione, ancora aperta, del consumo di suolo agricolo. Il paradosso è evidente: mentre la regolamentazione arranca, le politiche di attrazione degli investimenti spingono per snellire gli iter autorizzativi e accelerare l’apertura di nuovi impianti.
A ricordare cosa accade quando il settore cresce senza regole bastano i casi statunitensi. Nel maggio 2026 lo Utah ha autorizzato nuovi mega impianti nonostante una carenza idrica cronica, e diverse inchieste hanno mostrato come i costi di questa pressione finiscano spesso sulle bollette dei cittadini. Nell’area di Lake Tahoe, tra California e Nevada, circa 49.000 residenti rischiano interruzioni di fornitura perché lo storico operatore elettrico ha annunciato che entro il 2027 dirotterà capacità dalla rete locale verso dodici nuovi grandi data center in costruzione nel deserto vicino. È uno scenario difficilmente replicabile in Europa, ma utile a misurare la posta in gioco.
La transizione digitale ha un costo ecologico che non può essere scaricato in silenzio sui territori. Governare il consumo di suolo, di acqua e di energia prima di concedere autorizzazioni e di candidarsi come piattaforma digitale di un intero continente non è un freno allo sviluppo, ma la condizione per renderlo sostenibile. E la discussione, se vuole essere onesta, deve includere anche le aree di montagna dove quelle risorse nascono.
