Il parlamento dello Stato di New York ha approvato giovedì sera una moratoria della durata di un anno sui permessi per la costruzione di nuovi data center, un provvedimento che potrebbe renderlo il primo stato americano a introdurre un blocco di questo tipo. La decisione non è ancora definitiva: il testo passa ora sul tavolo della governatrice Kathy Hochul, che dovrà scegliere se firmarlo o respingerlo. Non si tratta di un’iniziativa isolata né improvvisata, ma del punto d’arrivo di una mobilitazione che andava avanti da mesi tra comunità locali, legislatori e movimenti ambientalisti contrari alla rapida proliferazione di queste infrastrutture.

La norma, intitolata Responsible Data Center Development Act, è il risultato di un compromesso: una versione precedente prevedeva uno stop di tre anni, poi ridotto a uno. Più che un semplice divieto temporaneo, il provvedimento prova a riscrivere le regole del settore. Durante l’anno di sospensione sono previsti studi sull’impatto ambientale degli impianti, l’introduzione di standard lavorativi per i cantieri di costruzione e obiettivi vincolanti sull’uso di energie rinnovabili. È inoltre stabilito che i nuovi data center contribuiscano economicamente a interventi a favore delle comunità che li ospitano, in modo che la loro presenza non si traduca soltanto in un costo per il territorio.

Il motore della protesta è molto concreto e riguarda la bolletta elettrica. I data center sono strutture estremamente energivore, che assorbono elettricità in modo continuo e richiedono grandi quantità di acqua per raffreddare i server, e il timore diffuso è che questo carico finisca per far salire i prezzi dell’energia per i cittadini. La spinta non riguarda solo New York: almeno dodici stati americani hanno presentato proposte di moratoria nell’attuale legislatura, tra cui Georgia, Maryland, Vermont, Virginia e Oklahoma, con durate comprese tra uno e quattro anni. Sul fronte opposto l’industria fa resistenza: dalla Data Center Coalition arriva l’avvertimento che un blocco di questo genere scoraggerebbe gli investimenti, danneggerebbe l’economia statale e trasmetterebbe il messaggio che lo stato è chiuso agli affari.

La posizione della governatrice resta sospesa. Hochul non ha ancora dichiarato un sostegno esplicito al testo e ha fatto sapere di volerlo esaminare con attenzione, pur riconoscendo che lo status quo non è sostenibile e che occorre garantire alle comunità un beneficio reale dalla presenza degli impianti, evitando rincari in bolletta. Il precedente più vicino non è incoraggiante per chi sostiene la norma: ad aprile il Maine aveva seguito una strada analoga approvando una moratoria simile, salvo poi vederla bloccata dal veto del governatore. La scelta di New York avrà quindi un valore che va oltre i confini dello stato, perché misurerà quanto la reazione politica contro l’espansione dell’AI sia diventata una forza capace di tradursi in legge, e non soltanto una protesta.

Di Fantasy