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Il progetto di OpenAI di trasformare ChatGPT in una piattaforma globale, capace di competere con l’ecosistema dell’App Store di Apple, sta affrontando le prime, significative sfide nel mondo reale. L’ambizione della società guidata da Sam Altman è chiara: posizionare il proprio chatbot come il nuovo punto di ingresso principale per ogni attività online, dallo shopping alla pianificazione dei viaggi. Tuttavia, le prime esperienze d’uso delle integrazioni con app esterne hanno evidenziato un divario ancora profondo tra la visione teorica e l’usabilità quotidiana, suggerendo che la strada per sostituire il modello consolidato di smartphone e applicazioni dedicate sia ancora lunga e tortuosa.

Le recenti analisi sulle prestazioni delle app integrate in ChatGPT hanno messo in luce problemi tecnici e barriere all’ingresso che ne frenano l’adozione. Ad esempio, servizi popolari come Uber, OpenTable o TripAdvisor hanno mostrato criticità evidenti. Nel caso del trasporto privato, chiamare un veicolo tramite il chatbot si è rivelato paradossalmente più lento e complesso rispetto all’utilizzo diretto dell’applicazione sul telefono, richiedendo comandi specifici e passaggi intermedi che annullano il vantaggio della semplicità promesso dall’intelligenza artificiale. Errori di sistema e risposte confuse sono stati frequenti, costringendo spesso il chatbot a ripiegare su normali ricerche web anziché completare l’azione richiesta all’interno dell’app partner.

Secondo i fornitori di servizi, uno dei problemi principali risiede nel fatto che gli utenti devono imparare a formulare le richieste in un modo estremamente preciso affinché l’integrazione funzioni correttamente. Questo onere cognitivo ricade interamente sulla persona, contravvenendo alla promessa di un’automazione naturale e senza sforzo. Il passaggio dai pulsanti fisici delle interfacce grafiche tradizionali ai comandi in linguaggio naturale richiede un lavoro di ingegneria complesso. Non si tratta solo di collegare due sistemi, ma di insegnare all’intelligenza artificiale a interpretare le intenzioni umane e tradurle in dati che i server delle aziende possano processare in tempo reale, specialmente quando si tratta di variabili volatili come i prezzi dei prodotti alimentari o la disponibilità dei tavoli in un ristorante.

Nonostante queste difficoltà, non mancano esempi positivi che indicano una direzione possibile. L’integrazione con Instacart, ad esempio, ha mostrato potenzialità interessanti, riuscendo a trasformare un piano alimentare generato dall’intelligenza artificiale in un carrello della spesa pronto per il pagamento. Questo successo è stato però il frutto di mesi di lavoro congiunto tra gli ingegneri di OpenAI e quelli della piattaforma di consegna, a dimostrazione del fatto che la creazione di un ecosistema fluido richiede investimenti di tempo e risorse che non tutti gli sviluppatori potrebbero essere disposti a sostenere immediatamente. OpenAI, dal canto suo, sostiene che il rilascio anticipato di queste funzioni, sebbene imperfette, sia necessario per raccogliere dati e migliorare il sistema attraverso aggiornamenti costanti.

La vera posta in gioco, tuttavia, non riguarda solo la comodità di un singolo acquisto, ma il controllo di quello che gli esperti chiamano il punto di contatto dell’utente. Sam Altman ha chiarito che il vero concorrente di OpenAI non è solo Google con i suoi modelli linguistici, ma Apple con il suo sistema operativo. Se ChatGPT riuscisse a diventare il sistema operativo della vita digitale, il controllo dei flussi economici e delle abitudini dei consumatori passerebbe dagli store di applicazioni tradizionali al chatbot. In questo scenario, OpenAI smetterebbe di essere un semplice fornitore di tecnologia per diventare il nuovo cancello d’accesso al mondo digitale, sottraendo ad Apple quel ruolo di intermediario privilegiato che ha detenuto per oltre un decennio.

Di Fantasy