Un documentario di un’ora e ventiquattro minuti sull’intelligenza artificiale, sulla ricerca scientifica e su un laboratorio di ricerca avanzata non è, in apparenza, il candidato ideale per diventare un fenomeno virale globale. Eppure The Thinking Game, il film dedicato a Google DeepMind e al suo CEO Demis Hassabis, ha superato i 300 milioni di visualizzazioni su YouTube in poche settimane, attirando un’attenzione che va ben oltre la comunità scientifica o tecnologica. Il risultato non è soltanto un successo mediatico sorprendente, ma anche un segnale di quanto il pubblico sia pronto ad avvicinarsi a storie complesse quando vengono raccontate attraverso le persone, le emozioni e le idee che le hanno generate.
Il film è stato presentato in dettaglio dal Wall Street Journal, che ha ricostruito il lungo e meticoloso processo creativo dietro la sua realizzazione. Alla regia c’è Greg Koss, un autore con un passato nelle riprese sportive della NFL, noto per la sua capacità di catturare la tensione, il dramma e l’umanità che si nascondono dietro eventi apparentemente tecnici. Proprio questa sensibilità ha permesso a Koss di trasformare un racconto sulla ricerca in intelligenza artificiale in una narrazione accessibile e coinvolgente, capace di parlare anche a chi non ha alcuna familiarità con algoritmi o modelli computazionali.
Il rapporto tra Koss e DeepMind non nasce con The Thinking Game. In origine, la società lo aveva contattato per documentare lo sviluppo di AlphaGo, il sistema che nel 2016 aveva sconfitto uno dei migliori giocatori umani di Go. Quello che doveva essere un semplice documento storico si trasformò presto in un vero film, AlphaGo, uscito nel 2017 e accolto con entusiasmo per la sua capacità di raccontare una sfida tecnologica come una vicenda profondamente umana. È da quell’esperienza che prende forma l’idea di un progetto ancora più ambizioso, capace di seguire DeepMind nel tempo e di raccontarne non solo i risultati, ma anche il processo.
La svolta decisiva arriva con una domanda posta da Demis Hassabis allo stesso Koss. Il CEO di DeepMind gli chiede di immaginare cosa sarebbe accaduto se qualcuno avesse potuto documentare dall’interno il Progetto Manhattan, osservandone in tempo reale la nascita e le implicazioni. In quel momento diventa chiaro che il percorso di DeepMind non è soltanto un capitolo della storia tecnologica, ma un passaggio potenzialmente cruciale per il futuro dell’umanità. Hassabis concede così al regista un accesso totale, permettendogli di seguire il lavoro del laboratorio e la sua leadership per sei anni, dal 2018 al 2024, con una sola telecamera e uno sguardo costante, quasi intimo.
Durante questo lungo periodo di osservazione, Koss scopre anche frammenti del passato di Hassabis che diventano centrali nella costruzione narrativa del film. Tra questi c’è un’intervista della BBC in cui un Hassabis di nove anni, già prodigio degli scacchi, descrive il gioco come “un bel gioco di pensiero”. È una frase semplice, ma carica di significato, che ispira direttamente il titolo The Thinking Game e diventa una chiave di lettura dell’intero documentario. L’idea che il pensiero, prima ancora della tecnologia, sia il vero protagonista attraversa il film dall’inizio alla fine.
Uno dei momenti più intensi e rivelatori del documentario è legato alla nascita di AlphaFold, il progetto di DeepMind dedicato alla previsione della struttura delle proteine. In una riunione interna, quando un ricercatore osserva che ormai sarebbe teoricamente possibile prevedere tutte le sequenze proteiche conosciute, Hassabis alza lo sguardo dal telefono e pone una domanda disarmante nella sua semplicità: perché non farlo davvero? Perché non testare tutte le proteine del mondo e rendere pubblici i risultati? In quella scena, apparentemente ordinaria, il regista riconosce un punto di svolta storico. È l’istante in cui un’idea astratta diventa un progetto concreto con potenziali conseguenze enormi per la biologia, la medicina e la scienza in generale.
Koss ha raccontato di provare ancora i brividi ogni volta che rivede quella sequenza, perché in quel momento ha avuto la netta sensazione di assistere alla nascita di qualcosa di paragonabile, per portata e ambizione, a un nuovo Progetto Manhattan, questa volta nel campo dell’intelligenza artificiale. Eppure, durante la lavorazione del film, il finale che oggi appare quasi inevitabile era tutt’altro che scontato. Il regista ha ammesso di aver sognato un epilogo in cui Hassabis avrebbe vinto il Premio Nobel, ma di aver evitato accuratamente persino di pronunciare quelle parole, per scaramanzia e per il timore di forzare una narrazione troppo ambiziosa. Il fatto che questo sogno si sia poi concretizzato ha dato al documentario un significato ancora più potente e inatteso.
Il successo del film non si spiega soltanto con la grandezza dei risultati scientifici raccontati. Una parte fondamentale risiede nella capacità di mostrare che l’intelligenza artificiale non è un processo freddo e impersonale, ma il frutto di persone reali, animate da passione, curiosità e spesso frustrazione. Il documentario insiste sul fatto che dietro ogni avanzamento ci sono esseri umani che riflettono, sbagliano, si scoraggiano e riprovano. È una visione che rispecchia profondamente la filosofia di Hassabis, secondo cui l’IA è uno strumento neutro, ma potentissimo, e spetta agli esseri umani guidarne lo sviluppo in modo etico e responsabile.
Questa dimensione umana è probabilmente la chiave del successo virale del film. The Thinking Game riesce a trasformare temi considerati da molti astratti o noiosi, come la struttura delle proteine o i modelli di intelligenza artificiale, in una storia di passione, ambizione e ricerca di senso. Non è un caso che il numero di visualizzazioni abbia superato persino i contenuti più popolari di creator come MrBeast: il pubblico ha risposto non alla tecnologia in sé, ma alla narrazione del pensiero umano che cerca di comprendere se stesso attraverso lo “specchio” dell’intelligenza artificiale.
Non sono mancate le critiche. Il film è stato finanziato e protetto da copyright da Google, e alcuni lo hanno liquidato come una forma di pubblicità mascherata. Tuttavia, secondo il Wall Street Journal, questa lettura è riduttiva. Pur con qualche enfasi narrativa, il documentario riesce davvero a rivelare qualcosa di autentico, mostrando come una delle ricerche più avanzate del nostro tempo possa essere raccontata come una grande avventura intellettuale.
