Il lancio di Claude Mythos 5 e Claude Fable 5 da parte di Anthropic ha acceso un dibattito che va oltre le prestazioni tecniche dei nuovi modelli. Oltre ai benchmark e alle capacità di ragionamento, l’attenzione della comunità si è concentrata infatti sui nomi scelti dall’azienda, considerati da molti un indizio della crescente importanza del branding nel settore dell’intelligenza artificiale.
Anthropic non ha fornito una spiegazione dettagliata della nomenclatura adottata per i due modelli. L’azienda ha confermato soltanto che il termine “Fable” deriva dal latino fabula, mentre “Mythos” richiama il termine greco utilizzato per indicare il mito o la narrazione. Tuttavia, la comunità di sviluppatori e ricercatori ha rapidamente costruito una propria interpretazione: Mythos rappresenterebbe il modello più completo e potente, mentre Fable costituirebbe una versione derivata, ottimizzata per una distribuzione più ampia e caratterizzata da livelli di sicurezza maggiormente restrittivi.
Indipendentemente dall’accuratezza di questa interpretazione, il fenomeno evidenzia un cambiamento significativo nel modo in cui vengono percepiti i modelli AI. Gli utenti non si limitano più a considerare il modello come una tecnologia, ma iniziano ad attribuire significati, caratteristiche e personalità ai nomi scelti dai produttori.
Questo processo appare particolarmente evidente nel caso di Anthropic. L’azienda aveva già adottato una convenzione di denominazione fortemente caratterizzata attraverso la famiglia Claude, il cui nome è generalmente associato a Claude Shannon, considerato uno dei fondatori della teoria dell’informazione. Con il passaggio da Haiku, Sonnet e Opus a Fable e Mythos, la nomenclatura si estende ulteriormente verso il mondo della letteratura, della narrazione e della mitologia.
La stessa evoluzione è osservabile presso altri protagonisti del settore. OpenAI ha costruito la propria notorietà attorno a ChatGPT, un nome nato in modo relativamente pragmatico dalla combinazione del marchio GPT e dell’interfaccia conversazionale. Col tempo, però, il termine ChatGPT è diventato un marchio riconosciuto a livello globale, spesso utilizzato dal pubblico come sinonimo stesso di intelligenza artificiale generativa.
Anche xAI ha seguito una strada differente scegliendo Grok, un riferimento al romanzo di fantascienza “Straniero in terra straniera” di Robert Heinlein. Nel linguaggio del libro, il verbo “grok” indica una comprensione profonda e totale di un concetto. Il nome comunica quindi un’identità specifica ancora prima che l’utente interagisca con il sistema.
Google ha adottato una strategia ancora più articolata. Gemini, Gemma, PaliGemma, MedLM e NotebookLM appartengono a una famiglia di prodotti che combina riferimenti linguistici, termini tecnici e nomenclature orientate alle applicazioni. Prima dell’arrivo di Gemini, l’azienda aveva inoltre utilizzato Bard come nome del proprio assistente conversazionale, richiamando direttamente la figura del poeta e del narratore.
Anche Meta ha costruito una propria identità attorno a Llama. Sebbene il nome derivi ufficialmente dall’acronimo Large Language Model Meta AI, coincide intenzionalmente con il nome dell’animale, contribuendo a creare un’immagine facilmente riconoscibile all’interno della comunità open source.
Questo fenomeno riflette una trasformazione più ampia del mercato dell’intelligenza artificiale. Nei primi anni della ricerca sui modelli linguistici, la nomenclatura era prevalentemente tecnica. GPT, BERT, T5 o PaLM erano nomi strettamente legati alle architetture, agli approcci di addestramento o ai progetti di ricerca da cui derivavano. Con l’espansione dell’AI verso il mercato consumer e aziendale, i nomi hanno iniziato a svolgere una funzione diversa: costruire un’identità riconoscibile.
La crescente diffusione degli assistenti AI sta inoltre modificando il rapporto tra utenti e tecnologia. Quando milioni di persone interagiscono quotidianamente con un modello attraverso conversazioni naturali, il nome diventa un elemento centrale dell’esperienza. Non rappresenta soltanto un prodotto software, ma un’entità digitale con cui l’utente sviluppa familiarità nel tempo.
Alcuni studi di branding evidenziano come la scelta del nome possa influenzare le aspettative degli utenti. Modelli con nomi umani, come Claude o Devin, tendono a favorire una percezione più personale e relazionale. Nomi astratti come Gemini o Grok evocano invece concetti e idee. Denominazioni più tecniche come GPT o DeepSeek trasmettono un’immagine maggiormente orientata alla funzione e alle prestazioni.
In questo contesto, il dibattito nato attorno a Mythos e Fable assume un significato che va oltre la semplice curiosità linguistica. Il fatto che utenti e sviluppatori cerchino di interpretare la relazione tra i due nomi dimostra che i modelli AI stanno progressivamente acquisendo una propria identità di mercato. Le persone non si limitano più a confrontare parametri, benchmark o dimensioni dei modelli, ma iniziano ad associare valori, caratteristiche e aspettative ai marchi che li rappresentano.
Per le aziende che sviluppano intelligenza artificiale, il nome del modello sta quindi diventando un elemento strategico tanto quanto l’architettura sottostante. In un mercato nel quale le capacità tecniche tendono gradualmente a convergere, il branding potrebbe assumere un ruolo sempre più importante nella costruzione della fiducia, del riconoscimento e della relazione tra utenti e sistemi AI. Claude, Gemini, Grok, Llama o ChatGPT non sono più soltanto nomi di prodotti: stanno diventando identità digitali riconoscibili all’interno dell’ecosistema dell’intelligenza artificiale.
