Il mondo dell’intelligenza artificiale sta superando la fase in cui gli algoritmi erano considerati meri strumenti operativi, simili a software di videoscrittura o calcolo. Durante l’incontro annuale del World Economic Forum a Davos del 22 gennaio 2026, Sarah Friar, Chief Financial Officer di OpenAI, ha delineato una visione che potrebbe cambiare radicalmente il modello economico della tecnologia: la “condivisione del valore” (value sharing). Questa nuova strategia segna il passaggio da un sistema di pagamento basato sull’utilizzo (come il consumo di token o gli abbonamenti mensili) a un modello di licenza basato sulle prestazioni, dove OpenAI partecipa attivamente al successo economico dei risultati generati dai propri modelli.

Il settore in cui questa trasformazione appare più immediata e profonda è quello biofarmaceutico. OpenAI ha annunciato l’intenzione di siglare accordi con aziende del settore per lo sviluppo di nuovi farmaci, con una clausola rivoluzionaria: se l’intelligenza artificiale contribuisce alla scoperta di una nuova molecola o di una terapia efficace, il suo ruolo verrà riconosciuto e remunerato in modo simile a quello di un ricercatore umano. In pratica, OpenAI non si limiterà a vendere l’accesso a GPT, ma diventerà un partner scientifico che condivide i profitti derivanti dai brevetti e dalla commercializzazione dei medicinali. Questo approccio è già stato testato attraverso collaborazioni strategiche con giganti come Moderna e Sanofi, ma punta ora a una formalizzazione contrattuale che riconosca il “valore aggiunto” intellettuale fornito dalla macchina.

Questa evoluzione non si ferma alla farmaceutica. Il CFO Friar ha indicato che accordi simili di condivisione del valore potrebbero essere estesi ai settori dell’energia e della finanza, dove l’ottimizzazione delle reti o la creazione di nuovi modelli di investimento generano ricchezza misurabile. L’idea di fondo è che se un’IA è in grado di creare una nuova proprietà intellettuale, l’azienda che ha sviluppato l’IA ha diritto a una quota di quel valore. È un modello che richiama le royalty nel mondo dell’arte o della musica, applicato però alla frontiera della scoperta scientifica e dell’efficienza industriale.

Per supportare questa visione, OpenAI ha tracciato una tabella di marcia tecnologica estremamente ambiziosa. Entro settembre 2026, l’azienda mira a introdurre gli “assistenti di ricerca stagisti”, sistemi capaci di accelerare significativamente il lavoro degli scienziati umani gestendo esperimenti vasti su migliaia di GPU. L’obiettivo finale, fissato per il 2028, è la creazione di “ricercatori di intelligenza artificiale” completamente autonomi, in grado di condurre progetti di ricerca complessi dall’inizio alla fine, formulando ipotesi e validandole senza intervento umano costante. Il CEO Sam Altman ha suggerito che con l’arrivo di modelli come GPT-6, l’impatto sulla scienza passerà da un semplice supporto a una vera e propria capacità di scoperta autonoma.

Tuttavia, il percorso non è privo di ostacoli. Nonostante le collaborazioni con aziende del calibro di Thermo Fisher Scientific e Revvity, non si sono ancora registrati casi definitivi di farmaci sviluppati interamente dall’IA che abbiano raggiunto con successo il mercato. La concorrenza, inoltre, è agguerrita: Google DeepMind con la sua tecnologia AlphaFold e startup come Anthropic stanno seguendo percorsi simili, cercando di assicurarsi la propria fetta in quello che promette di essere il mercato più redditizio del prossimo decennio. Per OpenAI, riuscire a monetizzare questa “intelligenza come servizio” è vitale per sostenere i costi enormi dell’infrastruttura, che ha visto una crescita esponenziale negli ultimi anni.

Nonostante queste nuove ambizioni scientifiche, il cuore finanziario di OpenAI rimane oggi molto diversificato. Recentemente, Altman ha rivelato che la sola attività legata alle API ha aggiunto oltre un miliardo di dollari di fatturato ricorrente annuo nell’ultimo mese, portando il totale aziendale oltre i 20 miliardi di dollari. Mentre la maggior parte del pubblico vede OpenAI attraverso ChatGPT e gli abbonamenti personali (che pesano per circa il 60% dei ricavi), è nel settore professionale e scientifico che l’azienda sta costruendo la sua nuova identità. La sfida per i prossimi anni sarà dimostrare che l’IA non è solo un assistente che scrive testi o genera immagini, ma un motore economico capace di generare scoperte che cambiano la vita delle persone e, di conseguenza, l’intera struttura del profitto tecnologico globale.

Di Fantasy